Impianto eolico offshore in Danimarca (una delle risorse della
Impianto eolico offshore in Danimarca (una delle risorse della "smart grid" del Baltico)
Uno grafico che esemplifica una smart grid che utilizza fonti di energia diverse
Uno grafico che esemplifica una smart grid che utilizza fonti di energia diverse

Anno 3 Numero 02 Del 01 - 02 - 2011
Il mondo Ŕ un motore inesauribile
Uno studio dimostra la possibilitÓ di una riconversione integrale alle energie eco-sostenibili entro il 2030

Gian Maria Tosatti
 
Lo avevamo scritto con chiarezza già due anni fa nell’editoriale al numero 9 dell’anno secondo di pubblicazioni: l’obiettivo della totale autonomia energetica da fonti non rinnovabili è un traguardo possibile e vicino se la volontà politica è in grado di guidarne il processo. Oggi a dar conferma di quella nostra analisi teorica che azzardammo nella settimana in cui il Governo Italiano presentava al contempo il famigerato «Piano casa» e il «ritorno al nucleare», c’è una ricerca scientifica pubblicata dalla rivista Energy Policy. A realizzare lo studio dettagliato sul breve e strategico cammino verso un’energia integralmente sostenibile sono stati Mark Delucchi (Università di California Davis) e Mark Jacobson (Stanford University). I due ricercatori hanno valutato che attualmente la riconversione totale dell’energia mondiale a fonti rinnovabili dipende solo da scelte di politica economica. La soluzione è tecnicamente possibile e passa per una combinazione di tre fattori, l’incremento degli impianti, la creazione delle cosiddette «smart grids» (ovvero “reti intelligenti”) e la riduzione dei consumi, o meglio degli sprechi.

Il primo punto del ragionamento, quello sugli impianti è quantificabile in numeri precisi: andrebbero installati 4 milioni di pale eoliche da 5 megawatt, 90 mila centrali solari da 300 megawatt (sia fotovoltaiche che a concentrazione) e 1,7 miliardi di pannelli solari fotovoltaici da 3 chilowatt (in pratica ogni casa del mondo dovrebbe avere il proprio impiantino sul tetto). Soluzione ambiziosa, certo, ma possibile.

Il secondo punto è una prospettiva che oltre ad avere un senso economico ha anche un importante risvolto politico nell’orizzonte della cooperazione internazionale. Le «smart grids», infatti, sono reti trans-nazionali di energia che cambiano completamente la prospettiva sia tecnologica che relazionale fra gli Stati. Se oggi infatti le reti energetiche hanno una struttura a raggiera che si irradia dalle grandi centrali ai vari angoli dei territori, la nascita di molti piccoli impianti sostenibili ad immissione discontinua (immettono energia quando soffia il vento o batte il sole), sta dando vita ad una nuova geografia energetica fatta di migliaia di punti di irradiazione che fanno confluire contemporaneamente, ma in modo discontinui (quando c’è il sole o quando tira vento) le loro immissioni da territori diversi producendo un bilanciamento di energia su livelli costanti in macro aree. L’Unione Europea punta a riconvertire in «smart-grid» l’intera rete europea entro il 2050 con un investimento di 120 miliardi di euro (un terzo dei quali dovrebbe arrivare nel nostro paese), dando una netta ottimizzazione alle risorse rinnovabili nell’economia generale della produzione energetica. Più in grande chiaramente un’azione di questo genere comporta una serie di investimenti nella creazione di impianti in zone particolarmente esposte ai fenomeni naturali utili agli impianti, come il mare del nord (è già una realtà il varo di un consorzio fra i paesi scandinavi per la creazione di una smart-grid basata sull’eolico) o il Sahara, dove la società Desertec ha già in cantiere il progetto per un mega impianto ad energia solare cui partecipano in quote proporzionali i giganti dell’energia dei diversi paesi dell’area mediterranea (con l’Italia in primafila grazie a Prysmian, ex Pirelli Cavi).

Terzo e ultimo punto è quello che porta ad una politica di riduzione degli sprechi, che chiaramente non passa  solo per l’iniziativa dei singoli cittadini, ma anche qui si lega alle politiche dei governi nell’incentivare l’uso di materiali eco-sostenibili in tutti i settori della società, dall’edilizia alla tecnologia.

Secondo lo studio di Delucchi e Jacobson, nell’immediato, una riconversione che pure è praticamente possibile avrebbe costi difficilmente affrontabili dai governi. Tuttavia, calcolando il ritmo di evoliuzione tecnologica, secondo i due scienziati entro il 2030 l’intera operazione potrebbe essere realizzata grazie ad un progressivo abbassamento dei costi. Intanto i governi e le società più lungimiranti sono già ampiamente all’opera per ridurre il divario. A casa nostra la già citata Prysmian e Terna si muovono secondo i tempi. Meno efficace invece l’azione di Governo, che in queste settimane ha deciso di rilanciare per la quarta volta il famigerato «Piano casa» il cui fallimento era stato denunciato dal Presidente del Consiglio non più tardi di due mesi fa. Dunque ancora cemento contro eco-sostenibilità e nucleare contro fonti rinnovabili, in Italia si danno le repliche di un dibattito che altrove si è estinto da anni. Per fortuna la ricerca va avanti, magari non in Italia, ma lo sviluppo globale va più veloce della nostra gerontocratica politica. C’è speranza.