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| Lettera di Caterina Inesi |
20/05/2008 |
| Cara redazione
Quando ho letto il numero 12 della Differenza, tutto completamente dedicato alla danza contemporanea, ho pensato: ”Era ora!”.
Era ora che qualcuno si occupasse di danza da un punto di vista non specialistico e che contribuisse ad inquadrare il nostro lavoro all’interno di un ambito dove (con enormi difficoltà) si muovono cose che coinvolgono diversi codici e generi. Era ora che qualcuno dal di fuori del mondo specifico della danza si occupasse del fatto che si sta conducendo una battaglia per il riconoscimento dei nostri diritti. Era opportuno che qualcuno riflettesse sulle piccole iniziative riguardo alla danza contemporanea che varie istituzioni stanno cercando di mettere in atto. Era ora che qualcuno inquadrasse il lavoro dei coreografi romani nell’ambito delle produzioni nazionali. Era ora che qualcuno si rendesse conto che per creare e far crescere il pubblico della danza bisogna anche parlarne e scriverne. Ma era soprattutto ora che qualcuno si accorgesse che per parlare, analizzare e criticare uno spettacolo di danza contemporanea è necessario avere una competenza che riguarda il teatro contemporaneo, e serve molto meno conoscere la differenza tra un pliè e un batement tondu.
Questo interesse nei confronti della danza non si è limitato ad un numero speciale, ma è una modalità che si ripete nei vari numeri; è un generale atteggiamento di apertura nei confronti di tutti gli aspetti della cultura.
E’ una bella sensazione per noi artisti: è utile che ci sia qualcuno che si sforzi di guardare il nostro lavoro da lontano, inquadrandolo all’interno di un panorama ampio. E’ bello sentire che finalmente c’è un confronto, che il nostro lavoro non cade nel vuoto, ma che viene osservato, analizzato e introdotto nel contesto della produzione artistica cittadina e nazionale. Questo non è solo gratificante (anche se non c’è niente di male nelle gratificazioni!) ma aiuta anche a crescere, aiuta a capire delle cose del lavoro: marca la fondamentale differenza tra essere soli e fare parte di un agire collettivo e articolato che riguarda la cultura |
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