Anno 2 Numero 06 Del 16 - 2 - 2009
Non sono una signora
Editoriale

Gian Maria Tosatti
 
La prostituzione è un fenomeno complesso. La prima associazione visiva che viene pensandoci è l’oscurità di un viale di scorrimento, costellato dalle “luci rosse” delle auto ferme o rallentate. E poi donne esposte come quarti di bue. I volti, che emergono in lampi, sono gonfi, volti dell’est europeo o neri africani, volti stranieri. Il concetto che passa è riprovevole schiavitù. Ma a ben vedere che cos’ha a che fare questo con la prostituzione? Poco, quasi niente. Quella che i media ci propinano come prostituzione è in realtà solo una variante dello sfruttamento, un’altra categoria fenomenologica. Eppure quando si parla di prostituzione raramente si va oltre quel viale di scorrimento, oltre la Salaria, la Tuscolana o la più classica “Tor di Quinto”. Qualche volta si pensa a via Veneto, ma quelle passeggiatrici lì sembrano anch’esse fasti relegati ai tempi della Dolce Vita, maschere, quasi, come quelle dei centurioni odierni, coi calzini di spugna, sotto al Colosseo.
Effettivamente, vista dalla prospettiva della strada la prostituzione è qualcosa di estremamente lontano da noi lettori più o meno borghesi. Una delle sciagure che non ci appartengono più di tanto, come l’Aids africano. Una di quelle tragedie da cui ci si sente divisi da un ampio braccio di mare razziale (o più esattamente antropologico), da una certa “distanza”. In realtà però questa distanza non esiste e anche i bracci di mare mostrano la propria inconsistenza se è vero che vengono quotidianamente battuti da zattere di fortuna prive di motori e di remi. E dunque, quando ci si imbatte in queste barriere supposte significa che più che dividere esse “nascondono”, camuffano temi e problemi che potrebbero comportare turbamenti alla coscienza collettiva. E’ comodo allora che alla parola puttana corrisponda una schiava (e non una puttana) di modo che tale sostituzione semantica eviti che qualche lettore di giornale si senta chiamato in causa o possa domandarsi se in effetti anch’esso/a possa dirsi tale.

Questo pensiero è in parte, ispirato alle riflessioni che, sul tema, ha compiuto Virginie Despentes, figura eclettica della scrittura e del cinema francesi, nel suo ultimo libro, King Kong Girl. Vi si parla a fondo di prostituzione, e ad essa è dedicato il più lungo dei capitoli. Per l’autrice è una esperienza vissuta in prima persona, raccontata con la lucida ruvidità che la identifica sin dalla sua prima prova letteraria, Baise-moi (tradotto in italiano con Scopami). In tutto il libro non c’è niente che richiami quel viale di scorrimento e quelle macchine che rallentano. C’è tutto, più o meno tutto, l’intera fenomenologia della prostituzione, ma non ci sono viali, non ci sono quarti di bue esposti. La Despentes affronta il tema da un punto di vista sociologico, ragiona sul concetto di prostituzione, ne cerca le implicazioni e i meccanismi psicologici fino ad arrivare alla conclusione che la vendita delle prestazioni sessuali per un compenso non è che un effetto secondario ad un meccanismo che in realtà ha ben altri motori. Per capirlo, forse si può pensare al modo in cui Federico Fellini presenta la prostituzione nel suo Le notti di Cabiria. Neppure per un momento, in un solo fotogramma della pellicola verrebbe da usare per Giulietta Masina l’aggettivo puttana. Strano. In fondo è appunto la semplicissima storia di una “passeggiatrice”. Ed è allo stesso modo strano che a nessuno, pensando al fenomeno della prostituzione, venga in mente il viso dell’attrice. Eccoci qui, ci troviamo di fronte ad una puttana e non sappiano riconoscerla. Il rapporto tra conoscenza e nozione sta alla base del pensiero platonico e dunque della nostra cultura. Volendolo interpretare in modo un po’ corsaro si potrebbe dire che effettivamente sostituendo la targhetta potremmo facilmente scambiare un prodotto per un altro, una lampadina con una carota. Ma a che scopo cambiare la targhetta? O meglio, a che scopo spostare la targhetta da una figura all’altra?

Forse perché se una figura resta priva di targhetta allora non ci sarà un nome per essa e gli risulterà più semplice passare inosservata, o diventare del tutto invisibile. Effettivamente risulterebbe un po’ scomodo per qualunque cultura, specie per quella post-capitalista basata sul vendersi, avere come fondamento un concetto basso come la prostituzione. E per quanto, a ben vedere, ad esso siano legate anche dinamiche alte, emancipatorie, come ci spiega la Despentes, è tuttavia preferibile far sparire quella targhetta, ma non del tutto, appiccicarla a qualcos’altro, di modo che nessuno possa chiedersi tutto ad un tratto «che fine hanno fatto le puttane?». Le puttane sono lì, sui viali di scorrimento. In periferia. Ad una certa distanza da questa comunità di… oddio, non mi viene la parola.