La copertina di questa settimana  tratta dalla storica immagine dei profughi di Sabra e Chatila cui fa riferimento anche Ari Folman nel suo film
La copertina di questa settimana tratta dalla storica immagine dei profughi di Sabra e Chatila cui fa riferimento anche Ari Folman nel suo film "Valzer con Bashir"
Jasper Johns - White Flag
Jasper Johns - White Flag

Anno 2 Numero 03 Del 26 - 1 - 2009
La nottata della memoria
Editoriale

Gian Maria Tosatti
 
«Lo senti? Silenzio, è tutto silenzio.
Come se il mondo fosse morto
»
Georg Büchner, Woyzeck

Il giorno del ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, uno dei leader di Hamas nei territori, ha dichiarato che il suo popolo aveva vinto. Leggendolo su uno dei tanti giornali, nel grande rumore di fondo del mondo, molti avranno avvertito per un attimo, il suono di un profondissimo silenzio. Non un silenzio, ma il suono di un silenzio. Chi conosce il teatro può capire che significa. Chi conosce il teatro sa quanto profondo possa essere un silenzio improvviso, profondo come un crepaccio che inghiotte tutta la scena, che dà un colpo netto alla traiettoria di una certa situazione rendendola storta, storpia, compromessa.
Ma perché il silenzio sia un suono e non un semplice silenzio è necessario che provenga da qualcuno che lo lasci cadere con tutto il suo insostenibile peso. E non è stato certo il signor Haniyeh quel qualcuno. Non è stato neppure il ministro Livni o il ministro Barak. D’altra parte queste sono tutte persone di ottima retorica, personaggi che argomentano quando possono, quando devono. Il silenzio è degli altri. Nella Tragedia antica esisteva il coro, costituito dai cittadini, dai testimoni, il cui ruolo era quello di ammonire, di far sentire la “voce umana” di contrappunto a quella degli eroi. Nella tragedia contemporanea, in questa tragedia contemporanea spetta al coro lo stesso ruolo di allora, ma ora è un silenzio il canto che si sente, e non può esser altro, perché il coro in questione è il coro delle vittime, che sta teso, come una lama sopra le teste di tutti.

In questi giorni il film di Ari Folman, Valzer con Bashir, porta nelle sale un potente cortocircuito, quello di un uomo, il protagonista, che ritrova la memoria di fronte ad un’immagine, quella dei profughi palestinesi che escono dai campi massacrati di Sabra e Chatila con le mani alzate, così come quasi quarant’anni prima i sopravvissuti di Auschwitz andarono incontro ai soldati dell’Armata Rossa nel giorno della liberazione non sapendo verso chi stessero avanzando. E’ il cortocircuito che si genera nella testa di un uomo che non ha mai vissuto i campi nazisti. Li ha sentiti raccontare dalla famiglia che c’era passata. Li ha nel sangue, davanti agli occhi, perché fanno parte del suo bagaglio d’identità, come del resto, di quello di tutti noi. E in quel momento, nell’attimo in cui lui vede sovrascriversi due storie diverse nel punto in cui due volti, due paia di mani alzate, due marce arrese fuori da un cancello, si assomigliano troppo, in quell’esatto momento la domanda che si pone è: «come ho fatto a non riconoscere?». Ecco, anche allora aveva cantato quel silenzio, il coro delle vittime.

Ma a comporre le mille voci di questo silenzio non sono soltanto i morti. Loro anzi non ne fanno parte. Nel fondo della terra essi non possono cantare. Le vittime sono tutti coloro che sono ancora vivi. I soldati e i civili.
Per capire la portata di questa tragedia si possono leggere le statistiche americane sull’attuale guerra in Iraq. Vi si troverà che in un anno il numero dei suicidi tra i reduci, tra ragazzi che per la maggior parte hanno tra i 20 e i 24 anni, è maggiore rispetto a quello dei soldati uccisi sul campo. Che, sempre negli Stati Uniti, un senzatetto su quattro è un reduce di guerra. E poi si leggono ancora molte altre cose che fanno venire in mente un dipinto di Jasper Johns, White Flag, in cui la bandiera americana, quella bandiera che sventola ovunque sui carri armati nel deserto e sulle oltre 700 basi militari stanziate nel mondo (Italia compresa) è completamente dipinta di bianco. Quella bandiera bianca fa riflettere sulla vera identità delle vittime. Fa riflettere sul fatto che migliaia di ragazzi arruolati alla leva volontaria si impiccano a casa o finiscono per strada. Fa pensare che la guerra che essi hanno scelto ha distrutto le loro vite fino all’annullamento. Fa riflettere sul fatto che in molti Paesi non c’è la leva volontaria. Fa riflettere sul fatto che Israele, da generazioni, è uno Stato di reduci, interamente composto di reduci, chiamati tutti, indistintamente, fino alla maturità alla leva obbligatoria ogni anno e ad una guerra quando è il momento. E lo stesso accade dall’altra parte del muro, nella striscia di Gaza o in Cisgiordania, nello stesso equilibrio instabile di difesa e offesa, coinvolgendo profughi civili e guerriglieri che sparano contro soldati che, al pari loro, odiano da generazioni, al di là delle vere ragioni di quell’olocausto che insanguina la Terra Santa dal 1948.
Nel conflitto israelo-palestinese si uccide ormai per ragioni private o per nessuna ragione. La guerra dopo generazioni di morti non ha più nulla a che fare con la diplomazia e con le ragioni sulle quali si è fondato lo Stato ebraico. Si combatte il nemico senza volto che ha ucciso il padre, il fratello, il figlio e arriva alla follia, come in quest’ultimo conflitto, di giocare sporco sui danni collaterali, usando il proprio popolo, i propri civili, come bersagli per accusare l’avversario di barbarie, finendo per rovesciare del tutto i significati e le ragioni. I governi in causa e i molti mediatori lo sanno e sanno perfettamente che la vera questione, dopo infiniti fallimenti, non sta più nel trovare un accordo territoriale fra due stati, ma nel costruire la Pace fra due popoli fatti di persone ferite, di ferite che si stratificano di generazione in generazione e che diventano identità.

Abbiamo scelto di fare queste considerazioni proprio questa settimana per dimostrare come la Giornata della memoria, non attenga ai morti. Se ricordiamo una lunga lista di nomi non è per i nomi in sé, ma perché uno dopo l’altro, come caratteri di una lingua madre, essi compongono i duri versi di una lezione sulla sacralità della vita. I morti, a qualunque fede appartengano, riposano comunque in pace, ma i vivi non riposano. Non riposano da nessuna parte. Alla fine di una battaglia non riposa chi piange su un corpo, né chi torna a casa con le mani insanguinate. Ognuno di loro di notte è svegliato da quel tremendo silenzio e prega perché anche su di lui possa scendere la pace.
E poi ci sono i vivi nelle zone in cui la guerra è lontana. Qui, in occidente, dove i vivi non devono riposare. Se hanno imparato qualcosa dalla lezione della memoria anche loro devono combattere perché un vero processo di conciliazione abbia inizio, al di là di ogni ipocrisia, perché la pace scenda su tutti i vivi.