La foto di copertina  tratta dal ciclo fotografico
La foto di copertina tratta dal ciclo fotografico "Tulsa" di Larry Clark

Anno 2 Numero 02 Del 19 - 1 - 2009
Nel nome del figlio
Editoriale

Gian Maria Tosatti
 
Se proviamo a rileggere i romanzi di Dostoevskij, dell’uomo che, come affermò Gyorgy Lukacs, calò sull’Europa portandosi dietro il Realismo, troviamo un elemento piuttosto interessante, uno tra i tanti che permettono ancora oggi di usare quell’enorme corpus letterario come una sorta di enciclopedia dell’essere umano. L’elemento in questione è il ruolo che il romanziere dà agli adolescenti. I suoi romanzi pullulano di ragazzi. Sono ovunque, sono una presenza incombente. Luca Ronconi, quando affrontò l’adattamento dei Karamazov decise di aprire il sipario proprio su di loro, sul loro lanciare sassi contro Alësa, a testimoniare quale forza essi rappresentassero, non solo nel romanzo, ma nella cosmogonia dostoevskiana. Essi rappresentano il futuro, il futuro della Russia, che a sua volta, secondo Dostoevskij è la Terra stessa, in quando terra del popolo eletto un po’ come Israele lo è per i narratori biblici. Eppure, in tutti i romanzi dostoevskiani, i ragazzi sono portatori dell’elemento nichilista. Dal giovane Ippolit de L’idiota a Kolija (ma anche Liza) de i Karamazov essi svolgono un ruolo di costante contrappunto rispetto alle passioni degli adulti dimostrando sempre una notevole autorità intellettuale, una saggezza quasi sproporzionata per la loro età. I ragazzi dostoevkijani, pur con le loro dovute differenze, sono portatori di una vera e propria filosofia all’interno del polifonico affresco con cui l’autore russo cattura come nessun altro lo spirito di questo mondo.

Nichilisti. Dunque, i depositari del futuro sono anche i portatori di una certa tendenza alla distruzione e all’auto-distruzione, che effettivamente è assai in accordo con i giri del pianeta e col loro scandire la progressione del tempo contraddicendo gli aneliti romantici dei protagonisti adulti. I ragazzi sono la voce, l’incarnazione di questa ineluttabile dissoluzione, di questo sfaldarsi, annullarsi di ogni cosa umana, sono lo stratagemma che il romanziere usa per dare corpo ad un concreto contraddittorio con le forze della bellezza, della grazia e della fede incarnate dal principe Miskin o dagli stessi fratelli Karamazov. Eppure, a guardar bene, non è difficile capire perché la psicologia di quei ragazzi sia tanto sviluppata, la loro autorità tanto sproporzionata rispetto alla loro età. Sono ragazzi cresciuti in fretta, troppo in fretta, fino a diventare dei mostri, fino a non poter mai nascondere il ridicolo che c’è dietro la loro infinita serietà. La causa di questo sviluppo precoce, e qui sta il nodo centrale, il più delle volte è la malattia. Essi sono malati, fisicamente. E’ questo, per lo più, l’elemento che li ha fatti diventare di colpo “adulti”, o meglio che gli ha dato l’autorità per poter parlare con gli adulti. Ma a dire il vero, la malattia è l’elemento da cui si genera la loro stessa anima, la loro stessa filosofia, in una parola il nichilismo.

E’ ovvio come anche la malattia sia un espediente letterario che Dostoevskij usa al pari  di Ibsen negli Spettri. Essa è il “dono”, l’elemento di cui effettivamente i ragazzi non sono colpevoli. Il dono che arriva da qualche parte del passato, da un’infezione di cui essi non sono responsabili ma ne sono infetti. E’ da questa ingiustizia archetipa - Pasolini ci invita a ricordare come essa sia il meccanismo di tutta la Tragedia antica -, che si genera il nichilismo dei ragazzi, una “filosofia a posteriori” di una catastrofe che tenta di trovare un senso alla catena degli effetti essendo incapace di poter risalire alle cause. Il nichilismo dei giovani dostoevkiani ha una purezza quasi angelica, è tremante ed è attraverso di esso, nel modo in cui vacilla sulle labbra dei suoi giovani e fragili sacerdoti, che l’autore trova la lingua per poter affrontare con lucidità il tema della la paura.
Adesso fermiamo un attimo il discorso. E pensiamo effettivamente a ciò che fin ora è stato descritto. Usciamo dalla metafora e torniamo a noi, usciamo da Dostoevskij, dall’Ottocento e cosa ci resta dallo scheletro di questo discorso? Un ritratto contemporaneo estremamente fedele. C’è un’altra “terra promessa”, l’Occidente, su cui s’espande una grande infezione, una dissoluzione in atto, una malattia epidemica che i genitori passano ai figli e che consiste in una sorta di peccato originale che nessun battesimo riesce a lavare. Oggi, i ragazzi ereditano quel peccato non diversamente da come ereditano il “debito pubblico”. Quel peccato è la metaforica “sifilide” ibseniana che ha tarato moralmente la società negli ultimi decenni, compromettendone lo sviluppo. Che differenza passa, infatti, tra la prospettiva  crescere in un mondo che non è in grado di garantire un futuro ai suoi giovani e quella di crescere come un tisico, come il giovane Ippolit, vedendo nel futuro niente altro che una scorciatoria per la paura? E allora eccoli lì i nostri ragazzi, parlano – anche se nessuno li ascolta – come i ragazzi dostoevskiani, dal piedistallo di una maturità ridicolamente ostentata anzitempo attraverso l’abuso di alcol e droghe pesanti e di un controverso rapporto con il sesso. Nessuna differenza. Tutto era già scritto, è vero, da oltre un secolo. I cataclismi sociali, è vero sono ciclici, ma questo non assolve dalle responsabilità chi li provoca. Non assolve dal dolore che generano. La punizione è anch’essa ineluttabile. I padri, i responsabili di tutto questo, stanno vedendo i figli cadere. A loro toccherà la più terribile tra le pene, seppellire le loro anime.