La copertina di questo numero  tratta da una installazione di Hotel de la Lune intitolata
La copertina di questo numero tratta da una installazione di Hotel de la Lune intitolata "Klaus - devozioni VII" (ph.Leda Ricchi)

Anno 1 Numero 34 Del 13 - 10 - 2008
Rifondare, no riformare!
Editoriale

Gian Maria Tosatti
 
Ne ha fatta di strada la scuola dal Libro Cuore a oggi. Appeso sulla testa del professore, come una spada di Damocle, monito di moralità, pronto a gettare il proprio occhio accusatorio sull’alunno negligente, non c’è più il Vittorio Emanuele di turno, affiancato dal pio crocifisso. Dalla finestrina incorniciata, dietro un vetro insonorizzato, fa capolino il volto sperduto di un presidente ridotto – suo malgrado - ad ombra, buono appunto per le fotografie, per le cornicette, un presidente “in scatola”, per dirla con Daniele Timpano. Dall’altra parte, lo storico contendente, almeno dai tempi di Don Camillo e Peppone, manca all’appello da tempo. Se ancora resiste, come figuretta appesa più che mai alla sua croce, è bersagliato dalle cerbottane della stampa che ogni tanto, per alzare un po’ di polverone, presta voce a chi vorrebbe ridurlo a cadavere diseducativo o a chi vorrebbe sostituirlo con altri dèi più contemporanei, più d’attualità.
E sotto a questa parete con affacci - più simile ormai ad una pubblica gogna che alla prima iconostasi dello Stato con cui i giovani iniziano a prendere confidenza - il caos.

Su una tribunetta ridicola, dietro ad una cattedra che oggi rappresenta più lo status disprezzabile di piccolo borghese, che non l’autorità culturale, c’è il “professore”, che si manda, buon bisogno, a quel paese. Sul parterre, gli studenti divisi in secchioni e bulli, in bravi e in somari, in italiani e non, in fascisti e qualunquisti, in romanisti e laziali. E tra loro le avanzatissime quattordicenni pop-porno di oggi.
Della scuola di cui ci si ricorda non c’è più niente. Hanno tolto tutto, finanche la masturbazione, divenuta obsoleta se non alle scuole elementari.

Così all’interno. All’esterno, invece, c’è lo sciopero generale. Per difendere una scuola di  cui sono rimasti a malapena i banchi.
Ma per chi ci si batte allora? Presumibilmente per il diritto di bambini che le famiglie ormai sistematicamente diseducano con il concorso determinante dei mezzi di comunicazione. D’altra parte l’intrattenimento infantile o adolescenziale non propone ormai solo robot o orfanelle in cerca di riscatto, ma veri e propri “modelli” di comportamento sociale che, nel bene o nel male, danno esempio del loro successo e dunque insegnano come si sta al mondo.
Un mondo che, di fatto, non comunica con quello della scuola. In effetti, dove altro uno studente può trovare conferma del valore di Leopardi, di Cesare Beccaria, o dell’imperatore Augusto? Uscito dalle aule di concentramento (come le hanno sempre percepite i bambini di tutte le epoche), tutta quell’accozzaglia di personaggi studiati a forza, sparisce nel nulla smentendo la propria autorità. In televisione quando i “tronisti” parlano d’amore non prendono le parole da Catullo. Il T9 non riconoscerebbe la lingua latina per una occasionale citazione da Cicerone. E nelle librerie, per i più arditi aspiranti intellettuali, gli scaffali di letteratura per l’adolescenza hanno sostituito il Tonio Kroger di Thomas Mann, o finanche il più miserello Giovane Holden di Salinger, con Amore 14 di Federico Moccia.

Il problema allora è il maestro unico? Ma quando mai?! Maestri ce ne sono a bizzeffe. Non si fa in tempo a mettere il naso fuori dall’edificio scolastico ed eccoli schierati. A partire dai genitori italiani, in piena ed assoluta crisi di valori, fino ai teleprofessori di Amici, o alla schiera degli opinionisti, emersi da chissà quali lenzuola col potere di farti desiderare d’esser come loro una volta compiuti i diciotto anni ed avere in mano il pezzo di carta che affranca dagli obblighi della “leva scolastica”.

A guardarla da qui la scuola, con la sua democraticità generalista, il suo tirare a campare, è la dimostrazione della sconfitta dell’egualitarismo. Le grandi imbarcate di studenti che s’arrangiano sotto gli occhi di professori in tanga e che si fanno toccare il sedere, si fanno “schiaffeggiare”, incapaci o impossibilitati a dare una sterzata al declino, fanno venire in mente i bastimenti di asini che partono dal collodiano Paese dei balocchi dove gli adolescenti cedevano prima al vizio, poi alla distruzione di tutto e infine alla trasformazione in bestie da soma. In quel caso però gli “educatori” erano ben consci della deriva verso cui remavano e remavano forte. Nel caso dell’istruzione italiana, invece, si cerca di opporsi alla deriva, difendendo quello che nei fatti è già uno scenario degenerato.
Ha dunque senso scioperare per difendere questa scuola? Ha senso scioperare contro un disegno di legge (seppur approvato a colpi di fiducia parlamentare)?

Forse questo sciopero è fuori tempo e fuori luogo. Forse era necessario scioperare qualche tempo fa per chiedere una riforma e non per evitarla.

Se invece si sciopera per gli esuberi nel personale scolastico, che la manovra tremontiana produrrà, il discorso è diverso. E si può solidarizzare, anche solo per la differenza di trattamento ottenuta rispetto ai corrispondenti lavoratori di Alitalia. Coi primi, strapagati (alcuni), soggiornanti in hotel di lusso e non legati ad un servizio che equivale ad un diritto, si è trattato fino allo stremo delle forze. Ai secondi (tra l’altro assai più numerosi), Roberto Calderoli, ha già intimato di convertirsi al mestiere di spazzini. Allora solidarietà va bene. Ma con l’augurio che perderanno il lavoro lo stesso il giorno in cui inizieranno a fare della scuola un luogo in cui ad arrivare fino in fondo sia solo quell’aristocrazia dello spirito che saprà cosa farsene di una cultura che dialoga con Platone, Sant’Agostino, Michelangelo, Husserl, Marx, Calderon de la Barca, Giolitti e Clemente Rebora. Una scuola che tenda a far crescere e non a promuovere, necessariamente con meno studenti e con meno professori. Una scuola radicalmente democratica che all’indomani di una crisi economica epocale possa riconsegnare molte braccia a quell’«economia reale» e manifatturiera di cui un po’ tutti - banchieri, politici, industriali e uomini di ogni potere, responsabili della deriva - auspicano il ritorno. Ci auguriamo che siano proprio loro a dar l’esempio dando per primi i propri figli per la patria. I campi di pomodori aspettano di essere arati.