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Un'immagine di "Mariacane"
Un'immagine dalla performance di ZDDNTR
Un'immagine dalla performance di ZDDNTR

Anno 1 Numero 21e Del 3 - 6 - 2008
Nulla sembra accaduto eppure nulla come prima
Dal racconto crudele di Ilaria Drago alle immagini di ZDDNTR

Mariateresa Surianello
 
Un cubo bianco al centro della scena e un corpo di donna lì poggiato, in piedi. Intorno a lei un buio profondo che le prime parole intonate da Ilaria Drago rendono tombale, presagendo tutto l’orrore della violenza inferta a quel corpo. Con Mariacane, l’autrice-attrice-regista entra nella mente di una giovane donna oggetto di uno stupro di gruppo e ne canta la lotta per la sopravvivenza, la sua fuga dalla insopportabile realtà che si trasforma in un volo pindarico verso una dimensione fantastica e liberatrice. Presentato sul palco del Palladium nella giornata conclusiva di Teatri di Vetro (domenica 1 giugno), lo spettacolo è di quelli che prendono allo stomaco, durissimo non tanto per la scelta lessicale, quanto per la volontà di descrivere i raccapriccianti particolari del massacro. Un’atroce testimonianza che ricorda le algide deposizioni dei criminali aguzzini del Circeo e molto meno il memorabile pezzo di Franca Rame, nel quale la scrittura lasciava allo spettatore il compito di immaginare lo scempio.
Vincitore del premio Elsa Morante per la Letteratura 2006, il testo è per l’attrice occasione per rivisitare tutti i suoi registri vocali. Microfonata, Drago modula la voce con grande maestria sulle musiche originali di Marco Guidi, fino a farne un vero concerto. Mentre sul fondale viene talvolta disegnata una striscia luminosa orizzontale che a un certo punto, in armonia con le parole, si raddoppia mostrandosi come croce greca. Semi-immobile eppure fremente accanto a quel cubo, che si trasforma in ara sacrificale, la protagonista nerovestita catapulta la platea nel suo incubo, seguendo una tessitura drammaturgica per quadri alternati. Così, nei quarantacinque minuti di spettacolo la tensione dello spettatore diviene altalenante. Quei ripetuti innesti onirici, se da un lato allentano la morsa allo stomaco, dall’altro provocano lunghi momenti di distrazione, con grandi salti nella natura, quasi fossero gioiose odi al creato. Ma forse è proprio questo l’effetto ricercato, alla maniera brechtiana. Però l’iterazione del sogno liberatore sembra un po’ eccessiva. Il vero pregio del lavoro lo troviamo invece nel clima di normalità che Ilaria Drago lentamente costruisce, fino a condurci – come Hannah Arendt – a concepire la banalità di quell’orrore.
 
Se a volte la scelta dei luoghi per alcuni degli spettacoli proposti in questi Teatri di Vetro – specialmente per i tanti, forse troppi, studi di butho - è stata discutibile, ideale invece è apparso il cortile del Lotto 20 per l’allestimento di Bubble (la stessa domenica sera). Ideale per l’impianto scenico, un po’ meno per accogliere la fiumana di spettatori, confluita intorno a un fastidioso cespuglio di oleandro non ancora in fiore. Una performance asciutta ed essenziale, firmata da ZDDNTR, impronunciabile nome che si sono date Andreana Notaro e Maria Paola Zedda, ricavandolo – ci pare - dalle consonanti dei loro cognomi. Una sola azione ripetuta dalle due attrici con gesti meccanici, sull’onda di una voce registrata recitante una macabra filastrocca su un contadino e tre maiali. Alternandosi, Notaro e Zedda staccano uno per volta, da un espositore, la decina di bambolotti esposti e li tuffano dentro una tinozza colma d’acqua, mentre il sonoro produce il gorgoglio di quell’affondo. Uno, due, tre…, in pochi minuti tutta la sfilza di bambolotti sarà prima immersa e poi appesa con una molletta ad asciugare. Portando, con quest’ultimo atto, nella performance il senso del luogo in cui l’azione si svolge, lo stenditoio con i suoi fili e la sua rete di recinzione, suggestivo spazio comune ormai scomparso nelle nuove costruzioni e ricorrente nei lotti della Garbatella. Alla fine le due performer escono dal recinto e prima di allontanarsi dal luogo deputato, una in braccio all’altra, si fermano a leggere da un foglio un breve testo che non riusciamo a comprendere. Se non fosse per quei bambolotti spostati dalla loro originaria collocazione, niente sembra essere accaduto dentro quella bolla, eppure nulla è più come prima.