La copertina di questo numero  tratto da una foto di Stuart Foster
La copertina di questo numero tratto da una foto di Stuart Foster

Anno 1 Numero 14 Del 7 - 4 - 2008
La sfida del socialismo
Editoriale

Gian Maria Tosatti
 
Più si gira attorno alla questione e più il profilo che emerge è diverso da quello che ci si aspetterebbe. Della Cina ormai si parla quotidianamente. Libri ne sono usciti moltissimi con annessi e connessi fenomeni più o meno consistenti. E poi in queste settimane c’è stata la dura repressione del Tibet nell’accoppiata fatale con le Olimpiadi. Un mare di notizie, di punti di vista, di allarmi. Una nebulosa insomma, come nebulosa è l’immagine che ad Occidente si ha della galassia gialla composta da oltre un miliardo di puntini in movimento.
Ma a forza di girare e girare talvolta s’imbocca il meccanismo della spirale che porta in fine al centro della questione.
Che cosa rappresenta davvero la Cina di oggi? E sul perimetro a strozzo di questa domanda si definisce con maggiore precisione la sagoma del drago e il suo movimento. Enormi capitali, enormi risorse (spesso estratte a discapito di fragili equilibri ambientali), enorme forza lavoro ed altrettanto imponente apparato statale. Insomma la Cina di oggi, nella sua incerta transizione fra ancien regime e nuove realtà rappresenta la vera e propria sfida del Socialismo. Ed osservare da una certa distanza i movimenti di questi anni, ossia dell’ultimo decennio e del prossimo trentennio può rivelarsi forse l’appuntamento che in molti attendevano per vedere se sia davvero possibile l’applicazione di un sistema che a tutt’oggi nel mondo non ha mai avuto alcuna possibilità di provarsi davvero.

Il drago dunque è possente e fa paura. Ha artigli letali per chiunque, sia sotto il profilo economico che militare. Ha una cattiva coscienza e un passato che non promette niente di buono. Ma bisogna andare oltre e considerare che oggi la Cina è l’unico Paese in cui – a dispetto delle manifestazioni più deprecabili di un governo che per motivi storici rappresenta già il passato - è in atto un processo sommerso di costruzione di un nuovo sistema e di una nuova identità. Un mondo nuovo, per dirla con uno dei “leader” della nuova sinistra Cui Zhiyuan (giovane politologo cinese tornato dagli Stati Uniti per insegnare all’università di Pechino). Quello che in Occidente sarebbe oggi impossibile anche ad una memorabile rivoluzione oggi per Pechino è raggiungibile con un semplice, quanto inevitabile, processo di evoluzione. Esso si basa sulla già iniziata emersione di una società civile “borghese” fatta di professionisti, accademici e tecnici quarantenni – spesso formatisi in ambienti internazionali - che si muovono tra le pieghe dello stato influendo dall’interno sui grandi temi della giustizia sociale, dei diritti umani, della difesa dell’ambiente in una delicata opposizione con il Partito centrale. Un “non-movimento” - come altrimenti non potrebbe essere in regimi totalitari e repressivi - che non si manifesta e che non manifesta, destinato però generazionalmente a succedere, con le proprie istanze, all’establishment attuale, e, di fatto, già impegnato a mettere esili basi per una nuova Cina.

Bisogna ammettere quanto tale prospettiva storica e politica sia interessante, visto che già allo stato attuale, ci sono tutte le condizioni perché il processo si sviluppi nel migliore dei modi. In primo luogo c’è una cultura del socialismo che sebbene non abbia mai trovato reale riscontro nelle sue applicazioni istituzionali è tuttavia sentita dalla società civile e ne rappresenta un background politico fondamentale per quanto riguarda il modo di concepire le proprie aspettative e il proprio ruolo nella storia. C’è inoltre un apparato statale ridotto allo scheletro ormai di quel che è stato il “sedicente comunismo” dittatoriale e che dunque, svuotato dalla sostanza di una ideologia pervertita, si configura come una struttura ideale perché una modernizzazione consapevole possa rimpolparla con una più reale identità marxista. La crescita economica è il terzo fattore determinante, giacché è in questo decennio giunta alla maturazione del suo secondo stadio. Se il primo, infatti, dalla rivoluzione agli anni ’80, ha comportato un brutale adeguamento dello stato e del territorio cinese a standard industriali capaci di sostenere il “software” socialista, il nuovo corso dovrà essere del tutto dedicato alla gestione della ricchezza e alla sua distribuzione mirata alla fondazione di un nuovo modello di società.

E’ chiaro però che – come tutti i processi – un avanzamento non è mai necessariamente nella direzione giusta e in questa mastodontica “ricostruzione” della Cina la cosa più difficile sarà tenere ben dritto l’asse di equilibrio per non rovinare tutto e far impazzire il drago facendone una potenza distruttiva e autodistruttiva. Ed è vero anche che questo discorso possa apparire in parte rischioso e per certi versi apologetico rispetto alla politica del passato e del presente. Ma non lo è. Tale analisi considera il movimento della storia sottraendosi al giudizio morale. Ma è anche vero che la criticità morale non potrà che essere uno dei motori più potenti per questo processo. La criticità verso il maoismo e il suo seguito, verso la corruzione interna e verso la negazione delle libertà fondamentali devono essere assunte come pietre miliari di una nuova identità. Allo stesso modo l’operazione di “lifting” che la Cina sta operando sulla propria immagine internazionale (ma forse ancora di più sulla sua immagine interna) non potrà prescindere da un procedere parallelo di grandi traguardi politici sia sul piano economico e commerciale sia su quello umanitario ed ecologico. E’ infatti inaccettabile prima di tutto per la Cina uno scenario olimpico sullo sfondo di una repressione e di un genocidio culturale come quello tibetano. Ed è allo stesso modo una sconfitta per le stesse ambizioni cinesi l’affresco di una ruggente emersione economica retta su un’iperproduzione che non controlla le proprie emissioni nocive e portata avanti dalle braccia di lavoratori sfruttati e senza vere tutele sociali.

In questo quadro complesso e dicotomico, i giovani professori, avvocati, ambientalisti, politici della “nuova sinistra” che dall’estero scelgono di tornare in Cina, pieni di buone intenzioni e di idee per costruire un nuovo stato, destinato comunque inevitabilmente a diventare la prima e più influente potenza mondiale, possono sembrare degli illusi in funambolico bilico fra il violento spirito di autoconservazione del vecchio Stato e la tremenda morsa del capitalismo esasperato che ha già strangolato la Russia e già muove le sue rapide spire per le strade di Pechino. Ma sono questi uomini che decideranno il futuro del mondo tra un ventennio. Se il loro drago saggio ce la farà, darà un’alternativa valida alla dissoluzione globale contemporanea. Se cadrà sotto morsi del vecchio drago comunista, deciso al colpo di reni per restare al comando, o di quello capitalista ormai praticamente egemone nel resto del pianeta, allora la situazione internazionale potrebbe davvero complicarsi. L’unica cosa sicura è che ci vorrà tempo e che questa partita si giocherà in due o tre generazioni di cinesi, giacché stavolta non è la presa di potere in gioco, ma la presa di coscienza.

E’ con questo spirito in parte critico e in parte propositivo che affrontiamo due numeri dedicati alla Cina del XXI secolo. Cercando di coglierne spirito e contraddizioni. Quello attuale affronta il concetto di “lifting” attualmente in atto nell’immagine del Paese. Il prossimo cercherà di analizzare la consistenza delle sfide cinesi.