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Anno 3 Numero 03 - 01.03.2011 |
| La Storia siamo noi |
| “Cuori rossi”, una racconto dettagliato per non lasciare spazio alle parzialità (neppure a quelle dell’autore) |
| Giovanni Arnólfi |
Leggendo Cuori rossi di Cristiano Armati si capiscono (o forse si ribadiscono semplicemente) alcune cose molto importanti. La prima è che, nel decennio che va dall’inizio degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, si è consumata in Italia una effettiva guerra civile, perché tali sono le cifre che elencano i caduti e tali sono le meccaniche d’azione. La seconda è che con la veglia del presidente Pertini al letto di Paolo Di Nella, nel 1983, quella guerra è finita ed è iniziata una stagione di criminalità antidemocratica che della spirale che l’ha preceduta ha preso solo le note peggiori, ossia l’odio privo di ragioni “realmente politiche”. E’ necessario fare questa premessa, perché i lettori del libro noteranno, forse con un certo disappunto che Armati perde l’occasione straordinaria di mantenere un distacco britannico nel raccontare una vicenda storica che, comunque, parla da sola. E di fatti è così. Le note appassionate che l’autore fa vibrare di sottofondo non distraggono il lettore che affonda in una ferita rimasta aperta per tutti. La Storia, quando è raccontata con correttezza, non si presta ad interpretazioni. E Armati la racconta con meticolosa attenzione per ogni dettaglio, per ogni sfumatura. Racconta solo una parte della storia, ma la precisione nel tracciare i contorni della metà piena lascia, per contrasto, che si delinei con altrettanta esattezza la sagoma della metà vuota. Il suo livore, allora, è un in più che forse ha solo il difetto di far vendere meno copie a quello che è un grande bignami per ripassare qualcosa che da tanto ci sforziamo di dimenticare, per declinare l’obbligo di tirarvi le somme. Ma quali sono le somme da tirare? Facilissimo. La prima ce la consegna una storia che il libro sfiora solo in parte ma che si manifesta comunque con estrema chiarezza, quella della Repubblica Italiana, che dopo la morte di De Gasperi ha abbandonato, forse in favore di una realpolitik, ogni vero e genuino proposito democratico, entrando in rapporti con organizzazioni segrete interne o esterne allo Stato. La seconda è che chi ha combattuto con le armi, contro lo Stato, o contro l’opposta militanza, ha scelto il metodo meno efficace per raggiungere anche il minimo risultato. Su questa incontestabile lezione, che non è né di destra e né di sinistra, si chiude un momento terribile del nostro passato, che ha confuso spesso la politica con l’odio, la vittoria delle idee con la vittoria sugli uomini. Nel libro, che inizia la sua narrazione dalla Strage del Pane (’44), infatti, gli anni di piombo non sono che un troppo lungo elenco di pugni nello stomaco, che stancano subito e sfiniscono quando vi si mette la parola fine. Oltre che di morti, però il libro è anche pieno di ragioni. Quelle politiche appunto. Che tuttavia vengono coperte dal sangue e rese in fine irrintracciabili. Il sangue di innocenti, spesso, consapevoli, forse o non del tutto, ma sangue di ragazzi che avrebbero dovuto combattersi di meno e confrontarsi di più, come ebbe a dire Pasolini. Di questi italiani, la politica di palazzo si è fatta gioco, negandogli il dialogo da una parte o mandandoli in prima linea dall’altra. Ma poi? Una volta finita questa stagione? Ecco che, dunque, il valore di questo libro risiede appunto nell’ampiezza dell’arco temporale che copre e che va ben al di là del quasi omonimo Cuori neri di Luca Telese, il cui racconto è temporalmente limitato al decennio delle bombe, definito dallo stesso autore come un’anomalia nella politica italiana. Armati, non crede alle anomalie, specie se di questa portata, e allora comincia dall’inizio, dalla strage di Portella della Ginestra, e si proietta fino a Nicola Tomassoli, vittima del recente agguato di Verona. In questa larga prospettiva, si riescono a capire alcune cose fondamentali. Da una parte la connivenza fra criminalità neo-fascista e la “dark side” (lato nero… forse non è un caso) della politica italiana. Dall’altra che la pura violenza è una forma fondamentale di auto-rappresentazione della destra neo-fascista, mentre per la sinistra extra-parlamentare italiana è stata la conseguenza deviata di una stagione di guerra aperta che, dai piani alti, decideva di chiudere i conti con l’eredità della Resistenza. E con la fine degli anni di piombo quel retaggio è stato davvero definitivamente liquidato assieme alla possibilità concreta per i cittadini d’essere “corpo dello stato”. Da quel momento in poi non sono le ideologie ad essere finite, ma la democrazia. Dal canto suo lo Stato – si pensi a Genova 2001 - ha continuato, come negli anni di piombo, a fare dell’omicidio uno strumento di governance, sparando (non solo lacrimogeni) ad altezza uomo. Mentre da quel momento in poi la sinistra ha assistito alla lenta agonia del movimento, non più capace di rappresentare uno strumento concreto di azione politica, e la destra ha conosciuto, invece, la lunga escalation di una militanza scollegata del tutto dalla concretezza delle istanze civili e mossa solo da una cieca intolleranza figlia del disagio e del disadattamento di una società svuotata di valori opponibili alla barbarie. Negli ultimi capitoli Armati racconta le morti di giovani che non erano neppure militanti, gente uccisa perché ballava il reggae o per il “pretesto” di una sigaretta. Omicidi politici, perché figli di una organizzata mentalità di odio e di violenza omicida verso il diverso da sé che è da decenni l’abc che s’insegna ai giovani in tutti i luoghi in cui la destra extra-parlamentare (ma anche quella che ha una rappresentanza politica, basti pensare a Forza Nuova) si riunisce. Dagli anni Ottanta a oggi, il conto degli omicidi e dei feriti è emblematicamente sbilanciato fra tanti da una parte e zero dall’altra. Anche qui la Storia non ammette opinioni. Parlano i fatti. Mentre la stampa tace tutto ciò che può. In libreria: Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton & Compton, pp. 504, € 16,90. |