Risorgimento mediterraneo
Editoriale

Gian Maria Tosatti
 
Era cominciata a Roma con i poeti, con gli studenti che si facevano scudo coi libri. Una immagine epica se solo riuscissimo a strapparla alla volgarizzazione dei quotidiani. E’ proseguita coi martiri a Tunisi, con Mohammed Buazizi, l’uomo che si è dato fuoco dopo che gli era stato sequestrato il carretto attraverso cui si procurava da vivere, innescando la rivolta. Una scena da Rivoluzione francese, se solo riuscissimo a pulirla dall’oleografia dei telegiornali. Ed ha avuto il suo apice quando un’intera nazione, una nazione che per davvero in un momento si è riconosciuta tutta unita, ha ascoltato il «Va pensiero» di Giuseppe Verdi eseguito a Roma da Riccardo Muti e lo ha cantato, lasciando che quelle parole del patriota Solera «O mia patria, sì bella e perduta» fossero gonfiate da quel vento di scirocco che soffia come una febbre dal Mediterraneo assumendo a pieno il loro valore politico.

«Va pensiero», il coro di un popolo eletto, schiacciato da una tirannia straniera è davvero l’inno di questa Rivoluzione, in cui intere civiltà scuotono la testa di fronte ad un’immagine di sé in cui non si riconoscono più. «O mia patria, sì bella e perduta» sembrano dire tutti gli insorti contro un potere oligarchico, un potere che non è di popolo, e che trasforma la patria in una società privata. E quelle stesse parole sembrano spirare in un’Italia sempre più stanca di vedersi strappare tutto l’orgoglio della sua identità  restando nuda come il suo “re” per mano una classe politica cieca che ormai da anni non vede più l’evidenza di una identità tradita e vilipesa. Il coro del Teatro Costanzi allora non è solo una testimonianza contro i tagli alla cultura, come hanno detto alcuni, è piuttosto un incoraggiamento ad un’Italia che in condizioni di difficoltà cronica continua a resistere, a essere ancora un popolo di grandi artisti e di poeti, a mostrare con dignità la sua nudità che è ancora bellezza perché è quella del Botticelli, del Canova, del Bernini, di Modigliani e sarà sempre lontana dalla volgarità dei satiri che la insidiano fintanto che sarà ancora in grado di sognarsi com’era quando poeti come Mazzini, Verdi, Manzoni ne disegnavano la storia.

Il Mare Nostrum oggi è una costellazione di fuochi, di «illuminazioni» direbbe forse Bice Curiger, che così ha intitolato la sua Biennale di Venezia 2011 piena di artisti italiani. Di notte il panorama costiero somiglia a quello che si vedeva nell’antichità, illuminato ancora dai mille fari, da mille pire che si levavano ad orientare la rotta di chi navigava lungo le coste ad inventare la geografia del nostro continente d’acqua, delta d’Europa, d’Africa e d’Asia. Oggi una nuova geografia si va disegnando e taglia del tutto i ponti con l’eredità dell’occidente, del colonialismo, dei blocchi e dei raìs tenuti in piedi da altri Stati a garantire un’ordine deciso altrove. Oggi le avanguardie della globalizzazione, i popoli del terzo mondo, marciano in Nord Africa verso quell’autodeterminazione che Wilson, nel 1915 sognò con un secolo d’anticipo. E qui, nell’occidente cosiddetto libero quel vento di dignità arriva a strappi durante il giorno, portando, col frastuono delle bombe libiche anche il canto e la preghiera di popoli senza capi che vogliono ricostruire sé stessi partendo dalla gente, dalle famiglie, dalle speranze dei giovani, in maggioranza donne. Un canto che attraversa il mare «sull’ali dorate» della libertà per cui combattere. Dalla Sicilia, da Lampedusa, se affiniamo lo sguardo, nelle notti serene, possiamo vedere i loro fari accesi, possiamo sentire quella musica: «O mia patria, sì bella e perduta». La musica di Verdi sì, quell’inno struggente che è un’inno di fratellanza fra i popoli del mediterraneo. Popoli di studenti che chiedono di poter scrivere la parola futuro declinandola attraverso le loro barricate di libri e di poeti. Ecco, fin qui, per esprimere questo nuovo Risorgimento avevamo solo parole. Ora abbiamo anche la musica.