Polonio (ph. Anna Bertozzi)
Polonio (ph. Anna Bertozzi)
Il duello (ph. Anna Bertozzi)
Il duello (ph. Anna Bertozzi)

Essere e non essere ancora
Latella si riprova sull’Amleto dopo dieci anni e lo espande in undici capitoli

Luigi Coluccio
 
Périsse l’Universe, pourvu que je me venge
Perisca l’universo, purché io mi vendichi

(Cyrano de Bergerac, La morte di Agrippina)


Undici stazioni, undici movimenti, undici crocicchi a cui abbeverarsi, lottare, declamare, morire... forse sognare. Undici capitoli in cui Antonio Latella attraversa, letteralmente, il passato: il suo, dieci anni dopo il primo confronto con il testo shakespeariano, e il passato che ogni attore ha o che comunque avrà, interpretando almeno una vola nella sua vita da palcoscenico il principe di Danimarca – momento a cui nessun interprete sfugge o sfuggirà mai. Non manca nessuno nella chiamata alle armi urlata con forza dal regista napoletano: i becchini, le guardie e lo Spettro (Ombre: I becchini – Le guardie e lo Spettro); Claudio e Gertrude (Potere: Re Claudio – Regina Gertrude), Ofelia e Laerte (Fratelli: Ofelia – Laerte), Polonio, Rosencrantz e Guildentern (Spie: Polonio – Rosencrantz e Guildenstern), gli artisti girovaghi e il duello finale (Teatro: I comici – Il duello), Amleto (Testamento: Amleto). Un’operazione complessa, stratificata, totale sul testo del Bardo, frutto dell’unione di ben due premi Ubu dello scorso anno – il Festival delle Colline Torinesi e lo stesso regista per il suo Studio su Medea -, e della lungimirante politica culturale ed organizzativa del Teatro Stabile dell’Umbria diretto da Franco Ruggieri.

L’Amleto è un’opera fatta di vuoti, errori, assenze. E come l’ouroboros medievale, si avviluppa su sé stessa trovando nutrimento ed esistenza dalle sue lacune. Eppure all’interno di questo cerchio, virtualmente infinito, esiste un centro: atto III scena 1, il monologo del principe. La scarnificata, futura, presenza del teschio di Yorick fa da guida nelle lande della morte al giovane principe, ispirandogli la famosa domanda. Domanda e monologo che Latella sceglie come parte per il tutto dell’opera di Shakespeare, reiterandoli ossessivamente in bocca ad ogni personaggio, facendo così assumere alla dissertazione di Amleto una vertigine assoluta, universale. Dai becchini immersi in un mare di scheletri – si, quei crani così freddi e pesanti e immobili hanno interpretato l’Amleto nel 1948 o scritto La nuova Atlantide - al sardonico Polonio consumato dagli inganni del potere, tutte le figure della tragedia declamano per sé il monologo del principe, donandogli ad ogni interpretazione un nuovo aspetto, un nuovo suono, affermando così la sua assoluta significazione rispetto ad una ripetizione infinita che invece avrebbe portato ogni altra composizione a perdersi nel vuoto, nella perdita di senso. Latella invece, come nella scrittura che nella recitazione, viene aiutato da un bel parco attori che operano una singolare, unica, transustanziazione delle parole del Bardo per farle carne, dolore, follia di ognuno di loro. Ecco dunque l’essere e il non essere divenire malattia incestuosa e perversa in Laerte, ecco dunque l’essere e il non essere scomparire nella gelida temporalità della regina Gertrude, ecco dunque l’essere e il non essere venato di sottile malinconia di Rosencrantz e Guildenstern.

Ma il regista sembra porre un freno al senso ultimo del monologo, e questo già dal titolo. Che viene appunto rozzamente mutilato dell’essere per assestarsi su un profetico non essere. Ma il non essere racchiude in sé l’essere, partecipa ad esso e si presenta solo come la sua negazione. Il superamento dell’essere è il nulla. Ma ciò è ben oltre la portata dell’umano...
Difatti ogni personaggio muore tra spasmi di vitalità estrema, tra duelli, passioni violente e amori contro natura. E il tutto si chiude con la consegna del testamento: il manoscritto originale dell’opera che abbiamo appena visto. L’ouroboros ha girato ancora una volta su sé stesso. Il principe Fortebraccio prenderà la corona di un regno oramai purificato, poiché come dice lo stesso regista «è come se si dovesse distruggere tutto, per poi costruire». Dallo sterile terreno che ha alimentato il monologo del principe – che cosa è divenuta l’intera Danimarca, che ha nella corte reale la sua rappresentazione prima ed ultima, se non un immenso cimitero a cielo aperto? -, e che ora sappiamo essere l’opera stessa, nascerà qualcosa di nuovo, forse più candido, forse più bello, sempre e comunque vitale, essere o non essere.

E la figura di Orazio, sempre presente in scena, oltre a raffigurare tutto questo, sembra rispecchiare il regista stesso, alle prese, dalla sua posizione privilegiata e intoccabile – sarà l’unico a restare in vita e a lui Amleto affiderà il compito di tramandare le sue gesta - con il maelström invincibile che è l’opera di Shakespeare. Un Latella che attraversa in modo eterogeneo la tragedia inglese, passando dalla pantomima alle sagome da lanterna magica, racchiudendo il tutto sotto una cifra potente ed armoniosa allo stesso tempo, donando ad ogni personaggio e al suo mondo una poetica riconoscibile e totale allo stesso tempo –felice, ad esempio, l’uso dello spazio per la tranche di Rosencrantz e Guildestern, che strizza l’occhio alla superba opera di Stoppard; o anche i mondi differenti ma speculari delle due donne della tragedia, Gertrude ed Ofelia, consumate fino alla morte dai loro rispettivi amori.