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Anno 3 Numero 03 - 01.03.2011 |
| In ritardo, ma non fuori tempo |
| La Quadriennale di Roma, una rigenerazione continua che neanche la guerra è riuscita a fermare |
| Massimiliano Tonelli |
L’esposizione d’arte Quadriennale di Roma è forse più di ogni altra mostra o kermesse artistica un simbolo della “rielaborazione dei classici”. La Quadriennale è classica per definizione. Innanzitutto perché si svolge a Roma. Poi perché è nata durante il ventennio, in un periodo in cui le suggestioni classiche erano decisamente di moda. La sua sede espositiva è il Palazzo delle Esposizioni, un vero tempio neoclassico, aulico, austero all’esterno come all’interno (le alternative furono la Galleria Nazionale d’Arte Moderna o il Palazzo dei Congressi, che più classici non si può). Lenta (la prima edizione si svolse nel ’31, ma venne progettata nel ’27) e stoica (le esposizioni non si fermarono neppure durante la guerra) come tutte le cose romane, la Quadriennale ha sempre sentito forte il desiderio di rinnovarsi. Forse vittima di una tempistica castrante (l’attesa di quattro anni tra edizione ed edizione) o forse schiava di formule e layout curatoriali non soddisfacenti. All’inizio fu una summa delle varie mostre sindacali e regionali che si svolgevano in Italia. Poi divenne una piattaforma di aggiornamento sugli artisti viventi. Negli anni Cinquanta iniziò ad ospitare retrospettive. Arrivarono in seguito le commissioni e via via fino alle innovazioni dei giorni nostri. Si può ben dire che il concetto di “elaborazione” sia intrinseco alla Quadriennale stessa, tanto che pensiamo di non sbagliare se diciamo che non v’è stata edizione che abbia avuto schema, impalcatura e struttura organizzativa uguale all’edizione precedente. Basti pensare che la scorsa Quadriennale non si svolse neppure a Roma, salvo per una risicata mostra conclusiva, preferendo espatriare, per la prima volta, a Torino ed a Milano. Riesumando quella che fu la querelle tra figurativi ed astratti in una estemporanea divisione tra artisti del nord ed artisti del sud. L’assetto, diciamo, di ‘governance’ non è stato meno travagliato ed alla ricerca costante di una rielaborazione. Da ente statale a fondazione, passando per anni di vera e propria impasse gestionale che rischiarono di appannarne uno smalto che solo in questa ultima edizione riemerge scintillante. Rielaborazione dei classici, si diceva. Grande tema per una istituzione che è indubbiamente in ritardo nella sua propria rielaborazione. In ritardo se la si confronta con le altre due ‘cugine’ (la Biennale e la Triennale) istituzionali italiane. Eh sì, perché la Biennale di Venezia nel suo ruolo internazionale e nel suo prestigio planetario per fortuna non scemato, si è dovuta giocoforza aggiornare. Dunque nuovo sito web, nuova sede e soprattutto nuovi spazi, in quell’Arsenale che permette di proporre la mostra d’arte contemporanea più importante del mondo. La Triennale di Milano ha avuto anni di appannamento, ma ha trovato in anni recenti uno slancio insperato grazie anche alle capacità manageriali della sua dirigenza. Ha intercettato soldi privati, aperto nuove sedi, proposto mostre di amplissimo richiamo, puntato sui nuovi stimoli del design italiano che è pur sempre il più importante del mondo. E la Quadriennale? Il processo di restyling dell’istituzione è partito anche qui. In ritardo, come dicevamo, ma è partito. Una nuova sede, spudoratamente bella, in una villa sull’Aurelia Antica. Nuovi spazi per i formidabili archivi. Un nuovo sito web utile e funzionale. Gino Agnese, a dispetto della sua età non verdissima (a dimostrazione che alle volte una spasmodica ricerca del ‘giovane’ non è necessariamente la strada migliore da percorrere), ha oggettivamente svecchiato una istituzione piuttosto decaduta. La scorsa edizione è stata di rodaggio. Con quello sdoppiamento di sede (Napoli e Torino, come si diceva sopra) e con l’abbandono di Roma. L’edizione 2008 è invece una proposta a tutti gli effetti contemporanea. Il contenitore, innanzitutto, è di assoluto rango. Il Palazzo delle Esposizioni, così come è stato restaurato da Firouz Galdo, è un gioiello. Duttile, flessibile, impeccabile nella climatizzazione, nell’illuminazione, nell’atmosfera e nei servizi (bar, ristorante, guardaroba, cinema, teatro...). Il resto l’ha fatto un allestimento a regola d’arte. Un classico rielaborato questa Quadriennale. Un libro aperto sulle ricerche artistiche italiane degli ultimi dieci anni, che potrebbe essere utile anche a qualche curatore straniero. Ovviamente vi sono dei nomi completamente decontestualizzati, e mancano all’appello alcuni artisti che avrebbero meritato di esserci (basti pensare che da Napoli, grande patria della creatività degli anni Novanta e Duemila, arriva solo una partecipazione), ma nonostante ciò il salto di qualità è evidente. L’idea della rielaborazione del classico, poi, se ne sta nei sotterranei. Negli spazi geometrici della Sala della Fonatana, al piano interrato del Palazzo delle Esposizioni. Lì, come in una cripta, è allestita una piccola e dolcissima mostra sulle Quadriennali che furono. Una radice di storia dalla quale si sprigiona l’albero espositivo al piano superiore. In mostra: 15° Quadriennale di Roma - Roma, Palazzo delle Esposizioni. Fino al 14 luglio. |