Un'immagine dell'opera del giovane artista di Ramallah
Un'immagine dell'opera del giovane artista di Ramallah
Nasrallah ritratto come Che Guevara
Nasrallah ritratto come Che Guevara

Teocon versus Icon
L’arabia delle vignette e delle facce da copertina

Paola Caridi
 
Un collage di fotografie. E un vetro spezzato a coprire l’olimpo iconico degli arabi. Dei palestinesi in questo caso, visto che il collage è l’installazione di un giovane artista palestinese, ospitato in una collettiva nel 2006 a Ramallah. Ma come? Gli arabi, e per di più musulmani, contemplano l’iconologia, i miti attraverso le immagini? La vulgata europea, negli anni scorsi, ci ha abituato a rigettare anche soltanto l’ipotesi che il mondo arabo possa avere immagini, rappresentazioni di persone umane, e costruire – spesso – su queste immagini la descrizione di questa strana epoca di transizione. Il giovane artista di Ramallah, invece, distrugge lo stereotipo con un semplice assemblaggio. In cui c’è tutto, o quasi, il percorso della cultura pop araba degli scorsi trent’anni.
Lo sceicco Ahmed Yassin, e il suo delfino Abdel Aziz al Rantissi, i due leader di Hamas assassinati dall’aviazione israeliana nel 2004. Vicino il Che, nel suo classico ritratto. E poi Nasrallah, in una piccola foto sovrastata da un Cristo sofferente con la corona di spine. Saddam Hussein giovane, quello della rivoluzione baathista, e sopra Yasser Arafat, iconico con la keffyah. Piccolo, in basso, il re della canzone politica e popolare, sheykh Imam, lo sceicco cieco che cantava assieme al più grande poeta di strada egiziano, Ahmed Fouad Negm. Poi di nuovo Che Guevara, con i capelli corti. E infine il più famoso cantante arabo di oggi, Kathem el Saher, l’erede del grande Abdel Halim, l’usignolo che ha fatto sognare generazioni di ascoltatori. La lista delle foto assemblate a Ramallah è facilmente trasportabile a Beirut, in Siria, al Cairo. Perché la cosmologia contemporanea della regione può avere qualche aggiustamento nazionale, ma il succo resta il medesimo.

Un mix fatto di nazionalismo, di miti della contrapposizione e del conflitto, di simboli della lotta contro i regimi. E di agganci alle icone pop dell’Occidente, la più insuperata delle quali, il Che, è stato anche trasformato dal/sul web arabo e riprodotto “alla Warhol”, di volta in volta con le fattezze del Mahatma Gandhi o del leader politico di hezbollah, lo sceicco Hassan Nasrallah. Cosa significa, questo sincretismo dell’immagine? Che anche sulle rive sud ed est del Mediterraneo si è malati di quel relativismo new age che non fa differenza e mescola tutto a caso? No, niente affatto. Il tentativo, condotto da generazioni di giovani in cerca di una cultura pop che non sia schiacciata da nessuno, regimi od Occidente che dir si voglia, è semmai quello di costruire qualcosa senza distruggere l’eredità degli avi, vicini e lontani. Tradizione e modernità; miti antichi (il Saladino) e moderni (Nasrallah), deputati a salvare l’orgoglio degli arabi; profeti (il Cristo) ed eroi della politica (Arafat, Saddam, Nasser).
E l’artista di Ramallah non è l’avanguardia. Il web arabo gronda sperimentazione, immagini, grafica interessante. Un percorso parallelo e contemporaneo a quello delle tv arabe, dove il gioco con l’immagine è stato fondamentale nella creazione di uno spazio dell’informazione che si affiancasse e, spesso, si contrapponesse alla lettura degli eventi del sud del mondo fatto dal primo mondo, quello ricco e al potere. Al Jazeera non è stata solo la tv che ha mostrato Osama Bin Laden e l’ha trasformato con una rapidità incredibile, e quasi certamente in maniera involontaria, in una icona pop che ha valicato i confini dell’Arabia. Al Jazeera è stata soprattutto la tv che ha innovato, dal punto di vista grafico e dell’immagine, il mondo ormai stantio dei network informativi stile Cnn.

Strano, ma gli arabi non vietavano l’immagine, l’icona, la vignetta? La realtà è ben diversa dal battage delle vignette danesi e dell’islamofobia. La realtà parla di sigle televisive che battono per efficacia e novità quelle della Cnn e della Bbc. Parla di grafici al lavoro su internet che non hanno nulla da invidiare ai nostri. Parla di vignette politiche dure, pesantissime, e seguitissime, disegnate anche da penne islamiste e non solo dalle classiche penne laiche del Maghreb. Parla di graphic novel che sono ora in produzione anche al Cairo. E di fumetti che, seppure modulati secondo gli stilemi dei cartoonist americani, hanno per protagonisti eroi locali, arabi, musulmani.
Solo che tutto ciò accade dietro un velo pesante. Non quello dello hijab, fin troppo iconico, ma non per gli arabi. Semmai, per noi. Il velo pesante, come quello che serra il palcoscenico, è quello dietro al quale tutto succede, senza che nessuno o solo alcuni se ne accorgano, a nord del Mediterraneo. Il che non significa, però, che niente accada. La cultura pop araba, invece, vive oggi una dimensione molto più interessante di quella vissuta dalle generazioni che hanno preceduto i giovani borghesi di Amman e di Dubai, o i ragazzi delle banlieu del Cairo e di Casablanca. In parte per l’ingresso in scena di uno strumento duttile e a basso costo come internet. E in gran parte perché la cultura pop globalizzata può essere assorbita oggi, paradossalmente, in modo meno supino e passivo di quanto succedesse pochi decenni fa.
Chi usa l’immagine, nel mondo arabo, riesce spesso a digerirla come un bolo, e a riprodurla secondo moduli propri. L’esempio più incredibile: Al Jazeera, divenuta nel giro di dieci anni un brand alla stregua dei colossi occidentali dell’immaginario, un competitor a livello globale. Dietro la “goccia”, il complesso simbolo di Al Jazeera che usa la tradizionale calligrafia araba in chiave moderna, c’è però il resto, indistinto in mezzo al pubblico del network di Doha, che nascosto dalle lenti deformate dei presunti scontri di civiltà continua a lavorare. E a produrre immaginario, icone, miti.