La copertina di
La copertina di "Esperia"

Intrappolati nella zona franca
Storie di uomini e mondi di confine nel romanzo “Esperia” di Graziani

Attilio Scarpellini
 
Cosa resta dell’utopia in un’epoca di transiti, nonluoghi e fughe senza fine nel virtuale? Esperia (Gaffi editore) è la risposta di Graziano Graziani: un mondo interstiziale e inafferrabile che si apre al confine di ogni città, da Sarajevo a Tirana, da Parigi a Roma, come una svolta inaspettata ed imprevista sistemata in un punto indefinito della curva spazio-temporale. «Può capitare di imbattercisi», scrive Graziani all’inizio del libro, «ad esempio lungo le strade che si snodano dalla Bastiglia, che serpeggiano tra i palazzi come le vene di una mano nervosa, e tutto a un tratto fioriscono di negozi e portoni dai colori accesi, blu cobalto, verde mela. Finché ti accorgi all’improvviso che la strada è diventata un ponte…» Può capitare, nel parossismo dell’esperienza, che una crepa metta in comunicazione la parete di un frigorifero con la piazza Rossa di Mosca o che imboccando l’uscita della metro Père Lachaise a Parigi ci si ritrovi, slittando tra gli eteronimi, nelle strade di Lisbona. Perché le città, come dice Franco Lacecla, si sognano una con l’altra. Ma può anche non capitare mai. Esperia è un luogo che si annida ovunque ma «non è nessuna delle città in cui la si può trovare», e in questo senso è l’immagine più esatta – letterariamente parlando – di quella metacittà vagheggiata dai Bauman, dagli Augè, dai Virilio. Instabile, sfuggente, uno spazio inquieto ricalcato sul modello delle reti che non si lascia intrappolare in alcun confine poiché è essa stessa il confine. E il confine, scrive Graziani, ha una natura «viscida». Come il tempo. Fosse ancora tra noi l’Hegel vistosamente taroccato nell’exergo («Tutto quel che è reale è irrazionale. Tutto quel che è razionale è irreale») direbbe che Esperia è cattiva infinità. Ma nella sua turbolenza infingarda, questa città che si restringe e si dilata nel respiro di chi la incontra, che a sua volta viene e va attraversando il flaneur – lo smarrimento caro al Benjamin di Immagini di Città è una delle condizioni necessarie per urtare contro le sue frontiere ubique – non si limita a localizzare il transito e a precarizzare il luogo: accade, “capita” appunto, annunciandosi come un evento nel tempo e nel corpo, quasi sempre perturbato, del visitatore che si ritrova trasformato in “varcatore di confini”. Alla base del suo essere romanzesco, frammentato in un lessico – in una tassonomia fantastica, borgesiana – c’è la qualità performativa della sua utopia o della sua distopia.

Sotto una coltre di idioletti letterari, filtrata da una scrittura che finisce volutamente per parodiare gli stilemi del genere in cui si iscrive (quello dell’enciclopedismo fantastico, sudamericano o europeo), Esperia è una città “analoga”, come il famoso monte di Réné Daumal che, guardata da vicino, rivela la natura sintomatica delle sue finzioni. Le popolazioni di confine che la abitano somigliano a grumi di infezioni:  gli Accompagnatori, i Temporeggiatori, i Pixeliti, i Repleiadi, gli Allorquando, si comportano come sciami di parassiti lillipuziani intenti a pervertire e a sovvertire la percezione (sia essa fisica o mentale, sensoria o linguistica) di una realtà sottoposta a un continuo quanto fatale processo di destrutturazione. All’opposto della loro pseudo-organicità, tutto ciò che nella cartografia allucinata di Graziani è soggettività, esperienza, racconto sprofonda nella deriva poetica di un’alienazione senza rimedio. Il centro commerciale da cui il giovane Hans non può uscire, perché ogni volta si ritrova all’interno dello stesso ipermercato ma in una città diversa, non è una costruzione kafkiana, perché non ha nulla di metafisico: è la proiezione tentacolare di un’identità invasiva, quella delle merci, che travalica il tempo e lo spazio per unificare il mondo in un solo mitico non-luogo dove tutti siamo imprigionati ma ciascuno a suo modo. Smarrito nell’Agarthi del commercio mondiale, Hans diventa il fantasma dell’unica città che si appresta a divenire reale (quella dei “filamenti urbani” che secondo Marc Augé legano metropoli a metropoli in un solo groviglio) e dell’unica libertà che si appresta a divenire impossibile: uscire dal continuum delle merci, dall’identità del brand e delle sue moltiplicazioni, per ritrovare il limes di una diversità spaziale, storica, dove l’esperienza della cittadinanza sia ancora possibile. Così, più che un libro sul confine in quanto limite dell’identità, soglia di comunicazione tra gli spazi – e dunque apertura alla diversità – Esperia è un libro sull’apeiron della virtualità che trasforma il confine in una specie di heisenbergiano principio di indeterminazione dello spazio, celebrando la sua fine o, come direbbe Paul Virilio, la sua “sparizione”.

Nel rovescio del fantastico di Graziani, tra i rivoli lucidi di quella “placida furia di sovvertimenti” che Tommaso Ottonieri riscontra nel suo esordio narrativo, insiste lo struggente controcanto di una solitudine globale: una sorta di luce frattale, invariabilmente solitaria, rompe e rimodula le sue “antropologie di confine” con il dettaglio acuminato di un’esistenza paradossale, misteriosamente sopravvissuta alla deiezione di un qualsivoglia senso comune. Il signor Carlos, l’uomo che nel racconto Le lingue sente risuonare in ogni lingua storica l’edenica identità di un linguaggio comune – l’uomo per cui la caracteristica universalis di Leibniz è divenuta finalmente suono, sensibilità, materia – alla fine risulta essere l’unico parlante di una lingua che nessuno è in grado di decifrare. L’archivista della Mamministrazione (una figura che sarebbe piaciuta a Ivan Illich che definiva Alma mater lo stato assistenziale) piange nella fine della carta e nell’avvento del computer il tramonto musicale del welfare burocratico e l’avvento di una nuova forma di silenzio. Mentre la donna che nello specchio vede dissolversi un’identità fatta di dettagli imitati vampirizzando le immagini degli altri scopre a sue spese che il soggetto è la più concreta delle illusioni. Dal killer ideale al divoratore di libri (à la lettre), dal mistico al collezionista, ogni esperide sembra ironicamente intento, per parafrase Ulrich Beck, a “fornire soluzioni biografiche a problemi sistemici”, a interporre il calore di un corpo anche laddove – come in uno dei racconti più belli, Il frigo – è rimasta soltanto la freddezza di un oggetto. C’è del metodo in questa follia e, più che altro, del senso in eccedenza in questi non-sense. Come è umana e dolente la post-umanità che, “così vicina così lontana”, si affaccia dai confini della metacittà di Esperia…


In libreria: Graziano Graziani, Esperia, Gaffi 2008, pp. 158, 8,50 euro