Controcampo
Un questionario sulla critica proposto agli artisti (Pippo Delbono, Roberto Castello, Francesco Munzi)

redazione
 
In un intervento pubblicato di recente sul nostro giornale, un’artista, Silvia Rampelli, lamentava l’arroganza di una critica che, rinunciando a essere analisi puntuale dell’opera d’arte, diviene “affermazione di un dominio terminale, della sopraffazione della comunicazione sul farsi aurorale e potenziale del linguaggio”. Questa critica, in altre parole, rovescerebbe sull’opera artistica tutto il potere della comunicazione ( e per comunicazione la Rampelli intende una parola non aperta, definitoria, pronta a esaurire e a inglobare l’oggetto) trasformandosi in sopraffazione e in censura. E’ evidente che in questa concezione la critica è ancora carica di tutta la negatività che la filosofia del novecento ha attribuito al Logos (alla parola, al discorso), di contro alla fragilità e alla potenza espressiva della differenza artistica. Ma più in generale gli artisti hanno ancora la percezione che l’esercizio della critica coincida con quello di un giudizio destinato a includere e ad escludere, a promuovere e a bocciare? La critica è sentita ancora come un potere?

Pippo Delbono*: Il problema è molto semplice. Credo che noi per primi abbiamo alimentato una critica nata da un mondo colto che ha progressivamente escluso l’esperienza carnale andando a legge con la testa ma non con il corpo. In questo atteggiamento di darsi solo in parte ci leggo personalmente una certa arroganza, che in fondo non è diversa da quella degli artisti che hanno alimentato questa critica.
Personalmente, uno dei grandi vantaggi del mio teatro è quello di avermi permesso di liberarmi dei critici come controllori. Coi teatri pieni in tutto il mondo non è più un critico che può mettere in discussione un mio lavoro. Ciò non vuol dire che poi io non abbia bisogno di confrontarmi, ma ho un po’ di diffidenza verso i critici, fatta eccezione per quei quattro o cinque che si pongono verso l’opera con animo semplice. Il motivo è che gli intellettuali hanno reso noiosa l’arte. Hanno smesso di farla essere poesia ossia cosa che mette in comunicazione con l’alto.
Roberto Castello**: E' normale che la critica eserciti un potere nei confronti degli artisti e del mercato e che chi sceglie come lavoro di essere spettatore sia fra coloro che col proprio giudizio possono influenzare il destino di un'opera o di un artista. Ciò che a volte offende è la qualità delle domande cui il critico implicitamente risponde con la sua scrittura, è l'impressione di una mancanza di urgenza etica o di una necessità reale dell'agire, al di là del mero assolvimento di una pendenza lavorativa o di istanze di autoaffermazione che riducono l'opera a semplice pretesto dell'esercizio critico.
Francesco Munzi***: La critica è sempre una forma di potere, come più in genere la stampa. E il potere della comunicazione è tanto più è pericoloso quanto più è superficiale. Può anche essere un potere costruttivo, ma solo quando si basa su competenza e serietà. Esiste la critica dei quotidiani, che è insieme la più potente e la più compromessa; la critica delle riviste specializzate, quella che seguo con più piacere, in cui si ha spazio per argomentare, e non poche righe per bocciare, e, infine, la critica pseudo-democratica di Internet, senza filtri, dove, insieme alle persone competenti, puoi trovare a scrivere anche dei cretini…


In che modo la critica è presente rispetto al lavoro di un artista oggi? La considerate un’istanza di mediazione con l’esterno dell’opera – con il pubblico e/o con il mercato – o  uno sguardo capace di influenzare lo stesso processo creativo?

Delbono: Tenendo conto che non mi interessa chi scrive su un giornale per risolvere i propri conflitti sessuali o di potere credo che una sequenza di un mio spettacolo potrei cambiarla non sotto suggerimento di un “critico”, ma a seguito dell’opinione di qualcuno che sta veramente compiendo un viaggio dentro di sé – non importa che lavoro faccia, forse il critico, forse no. Credo che la critica sia di fatto il pubblico, specialmente quello non di nicchia. E dato che ne ho fatto l’esperienza, voglio dirti che, come diceva Pasolini, a me piace scrivere per gli analfabeti.
Castello: E' difficile dire in quale modo la critica sia presente oggi rispetto al lavoro di un artista perché, a quanto mi è dato di vedere, per quanto riguarda la danza contemporanea, sono anni che non c'è più critica. Sono da tempo scomparsi gli spazi per esercitarla e con essi, al di fuori degli eventi più altisonanti e rumorosi (cui per antiche ragioni la danza contemporanea italiana non partecipa), anche le persone. Al di là di saltuarie scorribande da parte della parte più aperta e curiosa della critica di prosa ed alcuni imbarazzati incroci con la critica del balletto, la danza contemporanea è da tempo un settore senza critica.
Munzi: Entrambe le cose. Per la seconda, dipende: nel mio caso, ho qualche critico di riferimento che mi può aiutare a sviscerare questioni riguardanti i miei lavori su cui non mi ero soffermato. Seguo quei critici che hanno una sensibilità a me affine, percorsi vicini, come desumo innanzitutto da giudizi su film altrui analoghi a quello che ho maturato io stesso. Ma critici distanti dalla mia sensibilità non hanno alcuna influenza sul mio processo creativo.


La critica ha avuto un ruolo nella vostra formazione come artista?

Delbono: La critica è per me sensibilità. Dalle persone sensibili sono stato influenzato, sì, e continuo ad esserlo. Credo nelle verità senza giudizio. A volte è successo anche con quei critici che hanno un nome altisonante, ma esclusivamente perché in quel dato momento si sono posti in modo libero verso l’opera, senza mettere in campo il macigno del loro ego che li porta irresistibilmente ad usare l’opera d’arte per parlare di sé.
Castello: No.
Munzi: Parlare di critica per me è troppo generico: nel mio caso, ho e ho avuto critici e teorici di riferimento, che mi hanno aiutato a entrare in tanti film, aiutandomi a formare un senso critico che spiega oggi il mio atteggiamento autocritico nei confronti delle mie opere. Comunque, non parlerei di una categoria – la critica – ma di individui – i singoli critici - in quanto assistiamo oggi a un’erosione della critica, attraversata da indebolimento teorico e incapacità di formulare un pensiero strutturato.


Quali sono le principali carenze della critica che agisce nel vostro ambito di lavoro?

Delbono: Per me e per il teatro che faccio è stata fondamentale l’esperienza della danza e della musica. Uso infatti un processo compositivo musicale per realizzare i miei spettacoli. I critici, specialmente italiani, invece, ragionano per compartimenti stagni, per categorie. Prima ai miei spettacoli venivano i critici di danza. Poi non sono venuti più e sono comparsi quelli di teatro. E’ atteggiamento credibile? Bisogna aprire lo sguardo per poter pensare di rendere davvero il servizio critico. Bisogna saper leggere ogni livello di un’azione. Non solo il suo significato semiologico, ma anche la natura sensibile del movimento che la compie. Se ci si chiude ad un solo aspetto, se non ci si sforza a vedere anche dove non c’è niente da vedere, allora si ha una lettura non solo parziale e dunque non esatta delle cose, ma addirittura colpevolmente fuorviante verso chi legge, primi fra tutti i giovani artisti che iniziano a far l’abitudine ad un teatro fatto per categorie che in fin dei conti è morto. E’ una cosa fatta per sé. Se l’arte non è qualcosa che va oltre se stessa chi può interessare?
Castello: Come detto sopra, la principale carenza della critica di danza è, in quanto sistema, la sua assenza.
Munzi: La principale carenza è il semplicisma, la mancanza di argomentazioni, nonché una inclinazione umorale, con giudizi legati a istantanee idiosincrasie piuttosto che a una riflessione serena. Nel mio ultimo film, Il resto della notte, il furto degli orecchini da parte della protagonista, una ragazza rumena, ha causato un putiferio: in realtà, si tratta di una scelta narrativa, che ho inserito in un secondo momento. Mi aspettavo le polemiche, ma non avrei mai pensato che critici autorevoli (il manifesto, Tullio Kezich sul Corriere e Alessandra Levantesi su La Stampa, Ndr) prendessero posizioni tanto semplicistiche e ideologiche. Se da un lato la destra ha vinto le ultime elezioni politiche anche con argomentazioni xenofobe e populiste, dall’altro, il film ha avuto recensioni che rivelano come l’immigrazione sia un argomento tabù per la sinistra, una categoria protetta. Viceversa, per me il cinema non deve essere per forza politically correct, bensì indagare la complessità del reale.


Credete in una critica che si occupi tecnicamente solo dell’opera (in quanto oggetto artistico) o pensate abbia maggiore senso la produzione di ragionamenti di largo respiro che tendano a riflettere sulla società contemporanea attraverso i lavori degli artisti?

Delbono: Si può benissimo non parlare affatto di un’opera, ragionando solo su ciò con cui essa era in connessione. Se ci si riesce vuol dire che quel lavoro era buono perché, è riuscito a creare molti anelli. Se non ci si fa, invece vuol dire che anelli non ne ha creati e dunque l’opera è troppo piccola per poter suggerire neppure un pensiero. D’altra parte che senso ha guardare un lavoro artistico senza pensare alla realtà che è in fondo il piano di connessione con i suoi osservatori?
Castello: Non riesco a vedere lo spettacolo d'arte contemporaneo come un ambito di produzione di oggetti destinati alla vendita a scopo di lucro. Non vedo dunque alcuna contraddizione fra una critica che si dedica ad una disamina tecnica dell'opera e ragionamenti di largo respiro sulla società contemporanea; anche le scelte tecniche sono espressioni di visioni del mondo. E' davvero auspicabile d'altronde che siano i lavori stessi a contenere, anche solo implicitamente, elementi interpretativi della società contemporanea e che l'azione critica,  confrontandosi con essi, trovi tutti gli spunti necessari a sviluppare ragionamenti di largo respiro.
Munzi: Della prima opzione, non se ne può fare a meno, anche per motivi pratici di comunicazione. Della seconda, ne avrei desiderio, ma oggi è raro trovare chi abbia l’azzardo di prospettare pensieri di ampio respiro a legare opera d’arte e società. Viceversa, si è troppo legati alla cronaca e all’immediatezza del presente, garanzia di poco valore e poca forza ermeneutica. Una critica senza filtro non ha valore, ed è in balia della moda del momento, della spettacolarizzazione. Per cogliere il presente in tutte le opere artistiche e intellettuali serve la giusta distanza.


* regista teatrale
** coreografo
*** regista cinematografico