Punti di vista #2
Un questionario proposto ai critici d’arte italiani (Gianluca Marziani e Antonio Arevalo)

redazione
 
La critica d’arte è quella che si è maggiormente integrata nel processo di creazione e di produzione artistica contemporanea, non solo sotto forma di scrittura, ma anche di curatela, promozione, organizzazione etc. Questa integrazione le ha garantito un ruolo di primo piano nella declinazione, se non, come molti sostengono, nell’invenzione delle poetiche del contemporaneo. Ma per altri versi ha finito per trasformarla in una funzione interna al mercato dell’arte, gettando un forte dubbio sulla sua indipendenza. Che ne pensate?

Gianluca Marziani*: Penso che le trasformazioni del mondo odierno incidano sulla configurazione dei ruoli professionali. L’idea di una critica sganciata dal mercato fa parte di quel vecchio modello in cui non esisteva una reale integrazione tra analisi culturale e profilo economico. Oggi il ruolo critico deve mescolare le attitudini teoriche con le fisionomie degli interessi, non solo finanziari, attorno all’arte contemporanea. Non è un caso che nei paesi ad economia crescente sia maturato il ruolo tecnico del curatore, riuscito ibrido manageriale tra cultura e azienda. In Italia abbiamo maggior tradizione teorica e minor rigore “aziendale”, cosa che in parte penalizza il processo ma che dall’altra permette lo sviluppo di ruoli anomali, al preciso confine tra la figura del critico e quella del curatore. Il mio caso è un giusto esempio italiano di critico militante con forti attitudini curatoriali, vicino alle strutture teoriche dell’arte ma anche ai modelli industriali, al marketing avanzato, ai nuovi network procedurali. Bisogna uscire dal tipico moralismo italiano che guarda con sospetto a certi legami: fare gli interessi del mercato significa partire dalla qualità dell’opera, proponendo e sostenendo le cose che meritano in termini estetici e concettuali.
Antonio Arevalo**: Io preferirei non generalizzare, vedo il curatore come una personalità dell’arte, con un suo pensiero e una progettualità tutta sua, indipendente e unica. Come d'altronde vedo anche l’artista.


Quale è nel mondo dell’arte attuale il rapporto tra il critico e il mercante? Si possono considerare alcuni grandi galleristi e mercanti d’arte (come ad esempio Castelli o Gogosian) come altrettanti critici?

Marziani: Il rapporto tra critico e mercante ha raggiunto la maturità in alcuni paesi dal mercato più solido, mentre stenta a definirsi in una dimensione individualista come quella italiana. Ormai serve un dialogo dove il critico non snaturi la sua qualità etica ma dove la dialettica sia un flusso in avanti, uno scambio che supporti i reciproci interessi in modo sempre più limpido.
Arevalo: Questa domanda non la capisco del tutto o meglio non la voglio capire. Rispondo con le parole di un curatore che ho molto ammirato Harald Szeemann: «senza artisti non ci sono curatori. Senza patrimonio artistico non ci sono conservatori».


Assai più di quella cinematografica e teatrale, che appaiono sempre più rinchiuse nel loro specifico, la critica d’arte ha mantenuto un grande rilievo nel dibattito intellettuale contemporaneo, basta pensare in Europa a figure come Didi-Huberman, Bailly, Dorfles, Bonito Oliva etc. o all’interesse (talvolta polemico) che alcuni filosofi, da Baudrillard a Nancy, hanno sempre dimostrato per le questioni relative all’arte. In che modo questa critica colta influenza la critica più militante?

Marziani: Le domande di quest’intervista sono il vero nodo della critica odierna e meriterebbero un approfondimento da saggio. Per sintetizzare senza eccessi, direi che la critica d’arte è l’unica ad aver raggiunto una decisiva maturità non solo teorica, l’unica che ha portato la dimensione analitica in una pratica funzionale nel contesto operativo. La sua funzione esercita un potere capillare che entra nell’organizzazione, nella produzione e nella diffusione concreta dell’opera. Su Panorama risposi a Goffredo Fofi che parlava della morte di ogni forma critica, ribattendo che proprio l’arte era l’unica eccezione alla sua giusta lettura del presente.
Arevalo: Io intuisco che l’influenza sia reciproca. Anche la critica militante influenza la critica colta. Comunque l’ intuito che dovrebbe avere un curatore non si studia in Accademia, è frutto di una grande esperienza poetica e relazionale.


Fare critica d’arte significa fare critica della società?

Marziani: Qualsiasi esercizio critico implica un’analisi spietata verso la società. Da un altro punto di vista, non si confonda la critica d’arte con la dimensione troppo politica che alcuni pretendono di avere. L’antagonismo serve in alcuni contesti più caldi, penso al lavoro fatto da Viktor Misiano in Russia negli ultimi decenni. In altri ambiti la critica deve restare propositiva e libera nei suoi intenti teorici, senza mescolarsi troppo con l’esercizio quotidiano della politica. La cultura deve diventare necessaria per la politica, mai il contrario.
Arevalo: Tutto è critica alla società, anche semplicemente muovere delle pedine degli scacchi, figuriamoci poi l’arte: è come la politica, tutto è politica e niente è politica. Qualunque atteggiamento di allerta e in sé critica alla società. Poi, però, come dice Achile Bonito Oliva, ci sono i servi della gleba…


Anche nelle arti visive, come nelle altre arti esistono differenti circuiti, più o meno indipendenti, dalle gallerie alle accademie fino ai centri sociali o ai luoghi più nascosti. Oggi la critica italiana come si pone rispetto a questa trasversalità? E’ in grado di coprirla o tende a legarsi solo a certi ambienti tralasciandone altri?

Marziani: Dipende dalle persone. Esiste una forte omologazione a cui si sottomettono diversi miei colleghi, convinti che seguire le scie vincenti sia il modo migliore per allinearsi al potere istituzionale. Ci sono poi gli spiriti autonomi che perseguono una personale visione, decisi a difendere il proprio spazio con una capillare attività sul campo. Appartengo ovviamente al secondo caso, convinto che il “principio della visione” sia la partenza necessaria per crearsi un’identità intellettuale. Per farlo bisogna dialogare con tutte le forze in campo, scovando le qualità dentro le pieghe del sistema, osservando senza dogmatismi, vivendo in un continuo andirivieni tra underground e overground. Le migliori cose crescono dal basso ma per capirlo bisogna aprirsi al confronto totale. Lo “snobismo elettivo” è uno dei peggiori mali del mondo artistico, una sorta di antidoto ideologico contro la diffusione reale dell’arte. La critica deve invece battersi per alzare la qualità del dibattito attraverso un confronto più aperto, usando meglio i new media, sfidando la retorica televisiva, educando le persone alla conoscenza del nuovo. L’educazione, lenta ma progressiva, è il punto necessario per migliorare la posizione dell’arte nella rete gerarchica del nostro Paese.
Arevalo: Nel mio caso è la trasversalità quella che più mi interessa, nel ’95 iniziai con un intervento all’interno di un supermercato a via delle Fornaci, vicino al Vaticano, a Roma, dove piazzai più di cinquanta artisti, erano i tempi della fine della Guerra del Golfo, e proponevamo in mezzo alla frutta e la verdura, l’arte come prodotto di prima necessità, poi negli imbarcaderi e le strade di Venezia, con i manifesti degli emergenti “Autori/Tratti/Italiani”, “Cronastorie” nel metrò di Santiago del Cile, “Arte & Sud “ in un castello ad Acicastello. Per dirla tutta oggi i curatori giovani più interessanti non lavorano con le Istituzioni, ma nei centri alternativi, mi viene in mente “l’Angelo Mai”, il “Rialto S’Antambrogio”, 1:1 projects.a Roma o il supportico Lopez a Napoli, ecc.


* curatore e critico d'arte per Panorama
* critico e curatore d'arte contemporanea indipendente e poeta