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Anno 3 Numero 03 - 01.03.2011 |
| Tentativi di dialogo tra un artista di futuro successo e un ex futuro critico |
| Una intervista riflessiva |
| Daniele Timpano |
Personaggi: Daniele Timpano [ex critico teatrale abusivo per amnesiA vivacE, inviato speciale presso sé stesso per La differenza] Daniele Timpano [scrittore, attore, regista di teatro, il fortunato autore di caccia 'L drago, dux in scatola ed Ecce robot!] Incontro Daniele Timpano al tavolo di un bar. Ci siamo dati appuntamento al Rione Monti, quartiere storico di Roma. È il mezzogiorno di una domenica di luglio. Timpano Sta bevendo un tè bollente con tre fette di limone. Ne ordino un'altro anche per me, ma freddo. C'è il sole e fa caldo a mezzogiorno. Questo Timpano mi sembra un po' sovraeccitato, forse un po' fuori di testa. Per tutto il tempo gesticola nervosamente e mentre parla rovescia a più riprese il tè sul tavolo, tanto che alla fine deve ordinarne un'altro, e ancora un'altro, e un'altro ancora, e un'altro. Il tavolino sembra un campo di battaglia, o un pisciatoio. Ad ogni modo il sole in cielo è troppo bello e caldo: sudiamo per due. Sgoccioliamo tutti e due sul tavolino da battaglia. Daniele Timpano - critico: Allora, Timpano, la sublimazione della sua sessualità, o della sua evidente violenza, indipendentemente dall'argomento apparente dei suoi spettacoli (vale a dire il fascismo in dux in scatola, i cartoni animati giapponesi di Ecce robot! etc) è o non è al centro del suo lavoro? Daniele Timpano - artista: Il dualismo conscio-inconscio essendo in effetti uno dei fulcri dell'opera mia immortale è probabile che tu abbia ragione. Nei miei vecchi spettacoli, antecedenti voglio dire a caccia 'L drago che è del 2004, questi aspetti erano d'altronde assolutamente evidenti e per nulla sublimati. Una certa misura di violenza e di sessualità repressa, venata di un'ambigua, forse inquietante tenerezza, era senz'altro al centro di spettacoli come Teneramente tattico o Per amarti meglio! I personaggi dei miei vecchi testi sono sempre personaggi “affamati di candore”. E sempre un po' deboli, malati. Molti di questi tratti, com'era ovvio, sono passati direttamente negli ultimi monologhi, anzi ne costituiscono la carne e il sangue; l'argomento “apparente”, come lo hai definito tu, non è mai solo un pretesto, ma non è nemmeno il vero centro del lavoro. Devo dire, caro Timpano, che hai colto un aspetto molto interessante. Posso darti del tu? Posso chiamarti Daniele? Daniele Timpano - critico: Ma sì, non c'è problema. Senta, Timpano, volevo chiederle una cosa. Mi sembra che i suoi lavori, pur con le loro peculiarità performative, vale a dire la sua presenza scenica apparentemente imprenscindibile, siano in realtà fondati su un lavoro di scrittura a monte molto forte, una scrittura che non esiterei a definire “letteraria”. In questo senso, come costruisce i suoi lavori? Daniele Timpano - artista: Il fatto è, caro Daniele, che io non credo di essere un attore. O comunque molto meno di quanto io mi senta un'autore. Il lavoro perciò tende ad avere, almeno all'inizio, un'impostazione abbastanza letteraria. Insomma, lavoro molto sul testo, fin da subito cercando di inserirci naturalmente anche la parte gestuale, immaginando pause, espressioni vocali, facciali, posture, spostamenti nello spazio. È proprio durante la scrittura che decido la validità e la sensatezza di quel che farò poi, ripetendo ad alta voce le battute mentre sperimento delle azioni, mettendo a punto una prima visione dello spettacolo futuro, che all'inizio è un po’ labile e che naturalmente è destinata ad essere messa in discussione, o anche stravolta, durante le prove, però per me è necessaria, in questa fase iniziale, a dare concretezza a quel che scrivo, a non dimenticare mai che il testo finirà nella bocca e nel corpo di qualcuno (generalmente io stesso). Questa attenzione per la concretezza è tanto più necessaria dal momento che tutti i miei testi cercano di mantenersi il più possibile verbosi e volutamente iper-letterari, quando non saggistici. Daniele Timpano - critico: Un esempio concreto di questa procedura? Daniele Timpano - artista: Beh, ad esempio in dux in scatola avevo deciso già a priori, prima della primissima prova, che la mano sinistra sarebbe rimasta sempre in tasca (l’unico gesto che fa è quello di uscire a pugno chiuso per poi ritornarsene in saccoccia); la mano destra è invece libera di gesticolare in maniera inconsulta, tranne quando fa dei piccoli gesti codificati come il saluto romano o quando manda a fanculo qualcuno (col dito medio alzato, com'è d'uso comune). Quindi si passa dalla totale non-chalance schizofrenica al gesto che deve essere quello e che può essere nato in prova o deciso a tavolino ma è quello e non un'altro: ormai ha un senso ed è parte del testo, anche se nel testo non rimane. Daniele Timpano - critico: Checché ogni tanto se ne dica (e galeotto fu proprio il dux in scatola), a questo punto mi pare evidente che tutto di lei si possa dire, nel male o nel bene, ma non che sia un epigono del c.d. Teatro di narrazione... Daniele Timpano - artista: (ride) Ogni tanto mi capita ancora qualcuno che continua a chiedermi se ho mai visto Ascanio Celestini, ma non mi pare indicativo. Ogni tanto mi chiedono anche se ho visto Antonio Rezza, che non è certo un narratore. Le associazioni di idee degli spettatori (o della critica) dipendono certo anche dalla mia proposta ma sostanzialmente sono affari loro. Si tratta di pretese consolatorie e rassicuranti che servon prima di tutto a chi mi guarda per capire dove mettermi, per crearsi un loro spazio nella testa dove chiudermi. È naturale che sia un processo riduttivo. D'altronde lo faccio io per primo, e non solo come spettatore di teatro; lo faccio ad esempio con la musica, magari accostando brani musicali diversissimi in base a periodizzazioni temporali o a dettagli poco significativi (tipo, che so, l'utilizzo massiccio del Moog negli anni '70 che contraddistingueva molti gruppi rock o il ricorrere di certi stilemi musicali tra Verdi e Donizetti). Della “narrazione” ho utilizzato ed uso alcuni cliché, peraltro tentando di sottolinearne ironicamente la natura di cliché, o anzi di criticare fortemente chi quel linguaggio lo utilizza seriamente, spacciandolo per una cosa seria. Daniele Timpano - critico: Senta, Timpano, tutto questo va benissimo ma a questo punto devo confessarle che sarei molto curioso di saperne qualcosa di più del suo rapporto con la critica, cioè, in qualche modo, del suo rapporto con me stesso, o meglio col me stesso che sarei potuto essere adesso, voglio dire se avessi continuato a fare il critico. Sono un po' confuso. Scusi. Insomma, a cosa serve la critica? Daniele Timpano - artista: Questo dovresti dirmelo tu, sei tu il critico! Daniele Timpano - critico: Ma no, guardi, non più... e poi è lei l'intervistato! Daniele Timpano - artista: Guarda, Daniele, a te ti conosco come critico, ti conosco bene, leggo sempre i tuoi pezzi, ti conosco e ti stimo, ma diciamo che in questo caso non fai molto testo. Non so, proviamo a parlare della critica in generale. Il discorso, secondo me, si potrebbe articolare in un paio di punti. Dunque. Anzitutto, la critica utile che ha qualcosa da dire, in termini di spunti e di confronti con gli artisti, secondo me non è necessariamente quella dei grandi quotidiani, delle grosse firme, dei critici storici nazionali. Se mai lo fu, non lo è adesso. Più dei vari Quadri, Cordelli, Palazzi, in questo senso, valgono a volte le critiche on line di critici molto più “sui generis”: bastano Luigi Coluccio su Close-up, Franceschelli su amnesiA vivacE, Marco Palladini su Le Reti di Dedalus, o lo stesso Scarpellini su La differenza. Persino i diversi blog curati da Roberta Ferraresi e Antonella Travascio possono bastare. Critici intelligenti che vengon a vedere i miei spettacoli ci sono, va bene così; e comunque se fosse solo perché ho bisogno di confronti sul mio lavoro il più delle volte non avrei bisogno d'altro che di due chiacchiere con un collega. Se la critica invece deve servire da tramite tra me e il mio pubblico, come forse era fino agli anni '80, allora la critica oggi non ha più alcun senso perché nessuno la legge. Solo i teatranti, e quelli un po' più scaltri, sanno che il lunedì su Repubblica ci sono le recensioni di teatro e che la domenica bisogna comprare il supplemento del Sole24ore perché ci scrivono Audino e Palazzi. Solo un teatrante sa chi è Pippo Delbono. Una cosa tristissima. Mi viene in mente l'esperimento fatto quest'anno da Kataklisma e chiamato “Uovo critico”: lì ad esempio il tipo di rapporto che si è cercato di creare con la critica è stato, come dire, hic et nunc, non solo dunque a posteriori, e cioè sotto forma di riflessioni critiche scritte, che pure ci sono state. L'eventuale pubblico presente alle serate, come gli stessi artisti che presentavano una loro prova aperta, hanno avuto la possibilità di confrontarsi in tempo reale, sul “campo”, con dei critici. In qualche modo si è tentato così di sollecitare - secondo me con buoni risultati - un disvelamento della figura del critico, o meglio una sua uscita dal guscio, o dalla scrivania, o dalla poltrona. Quanto meno ci si è posti seriamente una domanda sul senso che ha oggi la critica teatrale. Daniele Timpano - critico: Va bene. E il secondo punto? Daniele Timpano - artista: Ecco. Il punto è questo, e cioè che i critici “importanti”, quelli dei grandi quotidiani in primis, non sono più, ormai, da ritenere importanti per il loro ruolo di critici, per la loro più o meno vasta competenza intellettuale, ma proprio per la rete di relazioni, di amicizie e di potere, più o meno trasparente, che hanno saputo crearsi negli anni. Non ha più senso criticare la critica come esercizio di (piccolo) potere – come è stato fatto ad esempio da Marcantonio Lucidi durante una delle serate di “Uovo critico” - proprio perché questo potere è l'unico senso che alla critica rimane. Un critico senza “le mani in pasta” serve oggi a molto poco. Non so bene come si sia arrivati a questo, ma oggi il critico, per avere una sua funzione almeno residuale, deve vivere l'ambigua compresenza, in sé, dell'operatore teatrale, che può (e deve) consigliare uno spettacolo per una stagione o per un festival, che magari è a sua volta il direttore artistico o il consulente di qualcosa, che ha conoscenze all'Eti, all'Ert o dove più gli capita. Il critico “puro” non serve a niente. Quello “impuro” è un parassita del sistema teatrale italiano, un parassita necessario. Daniele Timpano - critico: E dunque? Daniele Timpano - artista: E dunque servono le presentazioni a tappeto su tutti i giornali e riviste, serve la televisione, altro che la Critica! Altrimenti il massimo che puoi ottenere è di essere un fenomeno di culto per quell'oligarchia di poveri di spirito che è il teatro di ricerca italiano, il massimo che uno può diventare così è la Raffaello Sanzio, o appunto Pippo Delbono, che van benissimo, per carità, anzi magari, ma essere il principe dei disadattati non è certo il mio sogno nel cassetto! Daniele Timpano - critico: Beh, ma in che senso “dei disadattati”? Non capisco... Daniele Timpano - artista: Il teatro è una nicchia per disadattati alla periferia del mondo vero, che non è un mondo che è un granché, per carità, ma è pur sempre quello dove vive e soffre la maggior parte della gente, che dal teatro non è sfiorata nemmeno, specie da quello c.d. “di ricerca” che invece, passami la partigianeria, è l'unico teatro contemporaneo ancora vivo che ci resta. Cazzo. Daniele Timpano - critico: La sua mi sembra un posizione piuttosto dura, ma su una cosa ha senz'altro ragione: quella del critico è in sé una professione ambigua, se poi è una professione. Daniele Timpano - artista: Ma guarda che i critici “di professione”, cioè che vivono di questo lavoro, in Italia sono quattro gatti, e per lo più gattini ciechi che non sanno più di che vanno cianciando, o gattacci neri furbi e falsi, che sanno anche troppo bene quel che dicono e perché, e soprattutto sanno bene come può tornargli utile. Con qualche eccezione, ovviamente, ma il panorama generale è questo. Il critico è comunque sempre un estraneo che tenta di penetrare, coi suoi mezzi, in una cosa che non lo vuole; il critico è la violenza che entra in sala, sempre, anche quando non vorrebbe esserlo; tra il critico e lo spettatore, per i teatranti in scena, c'è la stessa differenza che c'è tra un amante ed uno stupratore: il critico è uno stupratore. Qualunque suo divertissment letterario composto intorno ad uno spettacolo, su un settimanale o un quotidiano, su un sito web o tra due chiacchiere al tavolo di un bar, è una fantasia sessuale del suo autore. Il critico non ha nessuna attendibilità, non importa la sua competenza, che scriva su Repubblica o sulla Differenza. Daniele Timpano - critico: Però, mi scusi, si è detto anche che l'artista, quando commenta e analizza i lavori degli altri artisti, tende ad essere influenzato dalle sue particolari propensioni, a guardare i lavori degli altri sotto la personale lente della sua poetica... Daniele Timpano - artista: È verissimo. Ma non c'è bisogno di essere artisti. Il mito dell'oggettività della critica è un mito almeno quanto lo è quello dell'oggettività dello storico. Le analisi sono sempre soggettive, parziali, non esiste l'autorità, o non va riconosciuta. Il re è sempre nudo, uno stronzo come gli altri. Vale per l'artista come per il critico. Daniele Timpano - critico: Beh, io ad esempio, nel mio piccolo, ho sempre cercato di essere un critico non professionale, di non cercare di legittimarmi come tale agli occhi del lettore, di denunciare esplicitamente i miei conflitti di interesse, di essere molto critico rispetto ai meccanismi di cui è vittima e carnefice l'allegro demi-monde del teatrello di ricerca. Il fumo dev'essere venduto come fumo, non deve illudere il lettore d'esser qualcos'altro. Io lo so che vendo fumo. Daniele Timpano – artista: Ma infatti non sei tu il problema, te l'ho detto. Tu non conti niente. Daniele Timpano - critico: Voglio dire che le mie “critiche” sono state sempre più simili a pagine di diario che a vere e proprie critiche. Naturalmente avevo dalla mia lo spazio e la libertà del web, non avevo nessuno che mi costringesse a chiudere il mio pensiero nella forma chiusa di un pezzo di 1.200 battute impostato in un modo prefissato dal direttore del mio giornale. Ho sempre fatto come mi pareva. E meno male! Perché un cervello che si allena una vita a sintetizzare uno spettacolo in 1.200 battute è un cervello che degli spettacoli non può contentere che quelle 1.200 battute. Daniele Timpano – artista: Ma guarda, Daniele, che quello della Critica resta comunque un microproblema infinitesimo all'interno di un problema macroscopico: la totale marginalità del teatro, come di qualunque forma di pensiero e cultura, in questa società. Il critico non conta molto, come non contiamo molto tutti noi teatranti. Si sopravvive a noi stessi, ai nostri padri e ai nostri nonni, coi nostri pensierini colti e coi nostri bei spettacolini emozionanti, si sopravvive e non si cresce, siamo piccoli bonsai in un negozio che nessuno frequenta, la questura ha già messo i sigilli sulla porta perché non entri più nessuno, anzi la porta è già sbarrata, inchiodata con le assi, l'acqua e il cibo già non ce li danno più, siamo ormai come il conte Ugolino nella torre della Muda: moriremo qui, mangiandoci tra noi e maledicendo quei cattivoni che ci hanno chiuso dentro. Ma tanto non si esce. Potevo essere Gaber, potevo esser Caparezza, potevo esser Frank Zappa, potevo essere Mazinga, e invece col teatro al 90% potrò essere ben poco, come d'altronde tutti voi, cari colleghi. Una vita di speranze e di intrallazzi e sovvenzioni, da vivere arrampicati sugli specchi. E poi si muore. Bello, eh? E tu cosa ne pensi? Io non penso niente. Il sole è ancora alto nel cielo, caldo e indifferente. L'incontro è concluso. È ora di tornare in redazione a chiudere il pezzo. Daniele Timpano ordina un caffè. Gli stringo la mano e me ne vado. Per un Timpano che va, un Timpano resta. Il Timpano che fu futuro critico va, l'artista resta a bere il suo caffè. Lo guardo per un po' da lontano. Ordina un'altro caffè. E un'altro. E ancora un'altro. Il tempo passa e lui rimane là. Ancora altri caffè. Perché? Perché non se ne va? Che abbia paura di andarsene dal bar? |